venerdì 7 ottobre 2011

Musikanto - Sky Of Dresses


Autumn breeze
La chimica che porta ad innamorarsi di un disco credo sia la stessa che porta ad innamorarsi di una donna... certo è che se mi innamorassi di donne con la stessa frequenza con la quale mi innamoro dei dischi mia moglie non ne sarebbe per niente felice, fortunatamente le “cotte” sono solamente musicali ed in questo ultimo periodo ne ho avute veramente tante! L’ultima in ordine cronologico è per Musikanto! mi rendo conto che ultimamente vengo attirato dalle cose semplici, complice forse l'età e l'avvicinarsi dell'autunno... si perché questa musica è di quella che mi suscita voglia di casa, ora che le giornate si accorciano e l'aria diventa umida non trovo niente di più bello che rifugiarmi sul "carpet" avvolto in un morbido pile a riscaldarsi con la musica! Il disco è un contino susseguirsi di sorprese, di aperture e di illuminazioni, mi sento come all'esplorazione di un casale di campagna dove ogni stanza riserva una sorpresa, Blues for Momma è il portico in legno antistante all'ingresso, scricchiolante e con una sedia a dondolo dove cullarsi. Take What You Need è l'ingresso, accogliente con un grande tavolo ed una vetrata che si affaccia sulla vigna sottostante. Every Which Way mi conduce davanti ad una persiana che viene spalancata e richiusa dal vento lasciando intravvedere scorci di una vallata di una bellezza da togliere il respiro che conduce la vista fino al mare. The Ballad of Two Vultures mi porta in una camera dalle pareti colorate di rosa o di arancione a seconda di come vengono sfiorate dalla luce. Awful Mind sono tanti particolari, una mattonella di cotto che si muove, le travi di legno sopra di me e le decine di oggetti e libri dai quali sono circondato in quello che sembra essere un soggiorno fresco e luminoso. La luce fioca di Colors in the Grey crea un particolare gioco di ombre in una delle camere della casa dove mi viene da sdraiarmi sul letto e soffermarmi a fissare il soffitto con la mente completamente sgombra da qualsiasi pensiero. Byzantine è una poltrona di pelle soffice ed avvolgente con un libro aperto appoggiato sopra la seduta, chiudo gli occhi un momento e mi lascio trasportare dalla musica che fluisce calda e copiosa. My Heart Won't Bleed Anymore ha l'odore acre della legna bruciata, sono in una cucina che mi ricorda quella di mia nonna, la stufa economica e la legna accatastata in un angolo. Con Sky of Dresses esco da una porta a vetri che conduce sul retro della casa,  respiro a pieni polmoni l'aria pregna di odore di erba appena tagliata, disorientato ed incapace di capire se si tratta di una sera di primavera o d'autunno. False Wind è polverosa come una soffitta dal tetto basso e spiovente, ricca di ricordi, di cose dimenticate e di altre da buttare anche se non si avrà mai il coraggio di farlo. The Waiting Room mi trova a uscire nuovamente sul portico scricchiolante e mi lascia il tempo per cullarmi sulla sedia a dondolo, i piedi appoggiati alla balaustra e pieno di pace, serenità e riconoscenza per quanta buona musica e buone sensazioni mi abbia offerto questo Sky Of Dresses!

giovedì 6 ottobre 2011

Stay hungry, stay foolish!!


Volevo scrivere qualcosa... ma non ci sono riuscito... perchè il solo guardare il monitor del mio iMac mi ricorda lui, mandare un messaggio dal mio iPhone mi ricorda lui, ascoltare musica dal mio iPod mi ricorda ancora lui e fare la mia trasmissione con il mio MacBook mi ricorda sempre ed ancora lui. Steve Jobs l’ho sempre visto come un fratello più grande che ha saputo dare forma ai miei sogni e ai miei desideri, ora mi mancherà terribilmente, mi sento scemo, ma faccio fatica a smettere di piangere... grazie Steve!

mercoledì 5 ottobre 2011

The Horrible Crows - Elsie


Mea culpa...
Allora... potrei dire "capolavoro", "il nuovo Springsteen è tra noi", unirmi ai cori unanimi che inneggiano questo Elsie ma non ce la faccio proprio così, per la terza volta lo rimetto daccapo... per riascoltarlo, per convincermi che sbaglio. Tutti ne dicono un gran bene... mi ripeto che ci deve essere qualcosa che mi sfugge, qualcosa che non riesco a cogliere, mi resetto e mi predispongo per il quarto ascolto, libero da preconcetti, lasciando che la musica venga a me e mi innondi, senza ostacoli e barriere... salto Last rites e riparto da Sugar. Song ruffiana ma già sentita, la facevano gli U2 neglii anni ’80, suadente ma scontata. La nostalgica Behold The Hurricane rievoca coretti che da qualche anno si odono ai concerti di Springsteen, un richiamo per allodole, riff, bridge e chorus sono quelli scontatamente giusti... Bu-bu-settete o meglio... si potrebbe dire Bob-Bob-Marley!!!  il simil reggae di I Witnessed a Crime è irritante per quanto sia finto!!! Costruzione simile alla precedente (solito bridge, solito schema)! Poi il solito coretto finale alla So lonely di Police!!! Go tell everybody mi è indifferente per costruzione e melodia potrebbe essere una delle centinaia di canzoni degli ultimi 40 anni! Cherry Blossom si trascina lenta, languida e pallosa regalandomi un sussulto ma solo per un inatteso cambio di tono di voce... Ladykiller mi ricorda ancora U2 ma senza pathos, senza un’anima così come Crush che prende la sua ispirazione da tante cose già sentite, anche la voce mi risulta forzatamente roca e i coretti terribilmente commerciali! Mary Ann è l’unica song che mi colpisce, rimane in bilico tra rock e soul e mi lascia buone vibrazioni. L’atmosfera torna a farsi grigia con Black Betty & the Moon che mi riporta alla mente le cose peggiori di Springsteen mentre Blood Loss la dimentico appena il lettore passa alla traccia successiva e nonchè ultima I Believe Jesus Brought Us Together dove torna a far capolino l’ombra di U2 e alla loro ombra la canzone resta... Io ce l’ho messa tutta ma Elsie non mi ha acceso quella scintilla. Non so che dire, non riesco a vedere in questo disco la magia decantata da tanti sulla carta e sulla rete, quello che mi viene da pensare è che sia sbagliato io!!! Il disco è ben fatto, la confezione perfetta, i suoni sono quelli giusti, anche la voce, i cori... eppure mi lascia un senso di vuoto, di sintetico, di falso, un disco senza un’anima, senza un’impronta... una menzione particolare invece per i testi: Brian Fallon mi ha fatto entrare nella sua vita, con le sue storie tormentate e credo e spero, maledettamente vere. Una grande penna, questo glielo devo riconoscere, non gli affibbio pesanti eredità (tutti cercano il nuovo Springsteen e vedono in lui uno dei candidati) aspetto e spero che il talento espresso per la scrittura riesca a fargli trovare idee fresche e personali anche dal punto di vista musicale.
Del resto dopo la primavera (Springsteen), passata l'estate, arriva l'autunno (Fallon)!!! (ops!)

sabato 24 settembre 2011

Wilco - Whole love



Surprise, surprise!!!
Gli Uncle Tupelo mi hanno cambiato la vita! Nel senso che hanno saputo inventare una miscela di suoni incredibile. Dal momento loro scioglimento in poi, ho seguito con la stessa dedizione le carriere separate di Jeff Tweedy e Jay farrar rimanendo però più legato al suono di quest’ultimo e se dovessi scegliere tra un concerto in contemporanea di Wilco e Son Volt, sceglierei Son Volt tutta la vita... Sono un conservatore? non saprei, forse si... ma ad ogni uscita discografica dell’uno e dell’altro mi domando come sarebbe intrigante se le loro sensibilità musicali potessero ancora una volta fondersi per ricreare quel sound unico ed irripetibile targato Uncle Tupelo che vanta il record di tentativi di imitazione!!! Se un fiume ad un certo punto venisse separato in due torrenti, perderebbe forza, impetuosità e vigore e anche se troverebbe una strada nuova per arrivare al mare non sarebbe più lo stesso. Il fiume Jeff Tweddy si è dato molto da fare, ha scavato sotto terra, ha deviato percorso più volte, ha saltato crepacci mostrando ogni volta lati diversi del suo genio compositivo, stravolgendo la line-up iniziale della band; Jay Farrar è rimasto a scorrere in pianura in un letto tranquillo ma in acque costantemente limacciose! Mi intriga l’introspezione di Farrar quanto i mutamenti umorali e compositivi di Tweedy che con Wilco ha dato sfogo alla sua infinita creatività! Detto ciò? Dopo 215 parole affermo con convinzione che questo è il più bel disco di Wilco! Whole Love  è la loro quintessenza, il pop immediato di Wilco (The Album) affiora marginalmente così come le sperimentazioni di Yankee hotel foxtrot e album attigui, la confusione sonora è solo apparente perchè in queste 12 canzoni sono riusciti finalmente a comprimere quello che sono... tendenzialmente una rock band legata alle più nobili radici americane con l’ossessione di sentirsi una band pop. Sono sopiti i personalismi, scomparsi gli eccessi, hanno badato al sodo, alla musica e di questa ne troviamo a secchiate! C’è ancora tanto pop in Whole Love ma è tratteggiato, negli spazi bianchi c’è spazio per tanto rock, jazz e divertenti giochi sonori, ecco allora che la noia che era solita assalirmi circa a metà dei dischi di Wilco qui non c’è, potrei ascoltarlo per ore senza annoiarmi perchè c’è sempre qualcosa da scoprire, una sfumatura da cogliere, una citazione da interpretare ci sono matrici pop, country, folk, rock, jazz, ci sono i Beatles (Sunloathe sembra uscita da Abbey Road), le armonie dei Beach Boys, la giocosità di Elvis Costello, le atmosfere di Neil Young,  le costruzioni di Randy Newman e l’ombra di Bob Dylan! Insomma Whole Love sembra un disco degli anni ’60... l’ho detto!!! La dimensione di Wilco mi piace, mi completa, mi fa sentire a mio agio continuo a preferire Son Volt ma a questo Whole Love, in questo momento, faccio fatica a rinunciare!

Tom Russell - Mesabi



Impressioni di Settembre
Tom Russell ha 58 anni ma canta come uno di 28... che invidia! Tom Russell ama la musica, questo anch’io, la differenza è che io ne parlo e la passo in radio con passione, lui quella passione riesce a trasmetterla attraverso le sue canzoni. Tom Russel per me è come uno zio d’america, ci sono affezionato anche se a malapena lo conosco avendolo visto quando ero piccolo e me lo ricordo solo attraverso le foto o dagli auguri che manda puntualmente ogni natale. Quando esce un disco di Tom Russell mi sento in obbligo di comprarlo, per rispetto, perchè so che non mi deluderà, perchè so che glielo devo... ho compact-cassette, vinili, cd, MP3, AAC... ma non chiedetemi di ricordare una canzone... di  questo Masabi però, dopo il primo ascolto, conosco ogni nota, ogni parola, ogni respiro, ogni passaggio, ogni strumento... quanti dischi ha fatto Tom Russell? Non lo so! Non mi importa, ne ha fatto uno straordinario, quello che ho inserito nel lettore dell’auto alle 12.30 di oggi e ha continuato a suonare ininterrotto per ore ed ore dalla A14 a casa poi sull’iMac ed ora sull’iPhone (la Apple mi deve riconoscenza!!!) e che continerà a suonare fin quando gli occhi non mi si chiuderanno, e spero decidano di farlo su Love Abdides! Ho la sabbia su tutto il corpo, il sole mi ha bruciato gli occhi e la sete mi ha seccato la bocca, sono arso dal suono di Mesabi e A Hard Rain's A-Gonna Fall di Dylan con Lucinda Williams e Calexico è un miraggio che arriva dopo la fine del disco e non vale da sola il prezzo (come purtroppo ha detto qualcuno), Tom Russell ha reso solo incredibile una bella canzone ma è il resto del disco che mi lascia sbalordito! Mesabi è una cavalcata straordinaria, Farewell Never Never Land  sembra uscita da un musical su Peter Pan, Sterling Hayden ha una parte di recitato e una di cantato e poi ci sono le trombe, il pump organ di A land called “way out there” non sfigurerebbe anche cantata da Tom Waits! Ancora trombe (che belle le trombe usate così) Telemann sarebbe orgoglioso di sentire tante trombe a segnare il cammino attraverso questo sentiero di sabbia ardente, in un batter d’occhio sono arrivato a metà disco che rilascia grandi ballate come fossero caramelle, è un disco talmente intenso che non ho tempo di metabolizzare una canzone che già sono rapito dalla seguente, senza sosta, senza respiro, giù, una ballata dietro l’altra come fossero tanti bicchieri di whiskies bevuti al saloon. Goodnight, Juarez trova l’accordion di Joel Guzman insieme a Burns e Convertino e ancora la tromba di Valenzuela.... è meravigliosa. In Jai Alai sembra entrare anche Howe Gelb con i suoi Band og Gypsies. Love abdie conclude come meglio non si potrebbe il disco, a seguire la rilettura di Hard rain... e The Road To Nowhere, pezzo usato per il film omonimo presentato al festival di Cannes nel 2010!

Disco incredibile, imperdibile, intenso e poi non trovo più altri aggettivi consoni che inizino con la “i” altrimenti proseguirei... Mesabi è tra i più bei dischi dell’anno ed anche tra i più bei dischi di Tom Russell, al momento è la mia colonna sonora per l’ingresso trionfale nell’autunno!!!

venerdì 23 settembre 2011

Donald & Jen MacNeill with LOWLANDS - Fathers & Sons


12 colpi diretti al cuore...
Colonsay è un’isola scozzese con una popolazione di 78 abitanti. Ed Abbiati, nei primi anni 90, vi conobbe un pastore di nome Donald “Pedie” MacNeill per il quale ha lavorato durante il periodo della tosatura delle pecore, ma Pedie non era solo un insegnante o un contadino o un pastore, ma uno che alle orecchie di Ed apparì come un eccezionale cantastorie che nel tempo libero scriveva canzoni e teneva concerti per i restanti 77 abitanti dell’isola. A 20 anni di distanza Ed chiede a Pedie di mettere su disco le sue storie e insieme a Roberto Diana produce questa straordinaria testimonianza musicale, supportato egregiamente dai LOWLANDS. Pedie arriva in Italia insieme a sua figlia Jen MacNeill e in una settimana registrano il disco in una piccola casa rosa vicino a Pavia!
Questa è in breve la storia, il risultato ottenuto è incredibile per quanto il disco sia denso di poesia, emozioni, storie di vita che Pedie ha conservato per pochi intimi nel corso di tutti questi anni ed ora è riuscito a rendere immortali.
Il titolo è significativo: Fathers & sons perchè racchiude il legame tra Ed e LOWLANDS a Pedie, proprio come quello tra un padre e i suoi figli musicali.
Il disco brilla di luce propria, racconta storie di vita quotidiana, sprigiona odore di terra umida e di mare,  è come una tela bianca dove ogni accordo, ogni nota, ogni parola aggiunge una pennellata di colore raccontando storie semplici, reali, toccanti. Un disco che, canzone dopo canzone, completa quella tela, alcuni tratti sono più vecchi di altri e allora vedo il verde fondersi col grigio, il blu assumere tutte le sfumature del mare e del cielo e percepisco il silenzio assordante di alcune giornate e il rumore soffuso della natura che è viva; e così che ogni pezzo mi fa immaginare affreschi, foto, paesaggi e storie di quella terra che non ho mai visitato, ma che ora sento mia, che vedo passarmi davanti con i suoi campi, le sue coste, le sue case, la sua gente i suoi odori e colori. Il disco pulsa, è vivo e mi coinvolge totalmente e ad esso, come spesso mi capita di fare, mi abbandono totalmente.
Il lavoro svolto da Ed, Roberto (come produttori) e il resto della band, è meraviglioso. L'immagine che mi viene in mente per descriverlo è quella del vento che sostiene il volo di un aquilone dove Pedie è l'aquilone, libero di alzarsi in volo spargendo poesia eleganza e bellezza su chi lo guarda danzare nell'aria e la band è il vento senza il quale l’aquilone non potrebbe volare così in alto, nello stesso tempo però è forte, sapiente e discreto e riesce a rendere quel volo maestoso. A reggere la matassa infine sono Ed e Roberto che guidano come esperti aquilonisti la vela a compiere straordinarie acrobazie.
Alla fine sono commosso dalle storie di Pedie, dalla sua di storia, dall’atmosfera incontaminata ed inebriante che le sue canzoni sanno emanare, sono commosso dalla grande sensibilità profusa da tutti quelli che hanno partecipato alla realizzazione di questo disco perchè lo hanno reso vivo ed emozionante, vivendolo in prima persona, cogliendo la grande umanità di Donald “Pedie” MacNeille e lasciandoci così un incancellabile segno del suo grande talento.

P.S. grazie a Ed per aver condiviso con me tutto questo!




http://www.lowlandsband.com/?page_id=12

giovedì 15 settembre 2011

Blitzen Trapper: American Goldwing (Full Album)



Blind Pilot: We are the tide



L'odore del pane
I Blind Pilot hanno l’odore del pane appena sfornato quell’odore acre che mi pizzica la gola, che si spande nell’aria la mattina presto quando il cielo viene rischiarato dai primi raggi del sole che sta per nascere, quando le strade sono semi-deserte, quando penso di avere tutta una giornata davanti, da scoprire, da assaporare, da vivere. I Blind Pilot sono buoni, soffici, fragranti e freschi, rilasciano spontaneità e semplicità che mi regala serenità e voglia di fare le cose. Aspettavo la loro uscita da tempo perché ero rimasto folgorato dal primo disco, in We are the tide trovo una lieve conversione dalle atmosfere acustiche a quelle più pop, non ho trovato canzoni che mi abbiano colpito più di altre, complessivamente però il disco mi ha lasciato un buon sapore perché i Blind Pilot non hanno perso la voglia di fare musica girando per gli States in bicicletta e questo si respira a pieni polmoni tra le 10 tracce del disco che soffia su di me le sue melodie morbide e leggere. Così è facile per me perdermi nel lato nascosto della luna grazie ad Half moon galleggiando in assenza di gravità sulle note di Always nascondermi tra le dune del Mare della tranquillità e giocare a nascondino con Keep you right saltellando allegramente sull’andamento di We are the tide e a lunghi balzi imbattermi all'improvviso nella sublime visione della terra attraverso i riflessi di The colored night per poi surfare nello spazio sostenuto da I know fino ad approdare su una sabbiosa spiaggia di una sperduta isola dell’Atlantico con White apple ad ammirare le stelle e rimanere li con Just wine a farmi accarezzare dalle onde e dal vento caldo prima di riprendere il viaggio su di una barca dalla vela bianca trasportata dal delicato soffio di Get it out fino ad arrivare ad ammirare la skyline illuminata di New York da Ellis Island con gli occhi dei primi europei arrivati nella terra delle opportunità e sentirmi straniero, in una terra straniera colmo di gioia, di paura e di speranza.

giovedì 8 settembre 2011

Jim Ward: Quiet In The Valley, On The Shores The End Begins


Il mondo di Jim
Penso che le tendenze musicali di ciascuno siano scritte nel codice genetico, le mie sono scolpite! Nick Drake, John Grant, Josh Garrels, Damien Rice, Beirut, Decemberists, Counting Crows, Band of Heathens... provocano le medesime reazioni chimiche all’interno del mio organismo, mi fanno stare bene! Sarà la seratonina o un certo numero di sinapsi che si attivano!!... non saprei... fatto sta che Jim Ward (malgrado la cover) mi regala momenti di assoluto oblio, di torpore diffuso e di prolasso lobo-temporale. Sono sempre stato così come raccontano queste canzoni, sono musicalmente così, mi esalta più Waves in Spanish di Jump dei Van Halen perchè c’è quel sottile velo romantico del mal de vivre che mi ha sempre accompagnato nella mia permanenza terrena. L’incedere di queste canzoni quindi è come lo specchio della mia vita che si esalta con My town e trova rifugio in Decades, non un malessere ma piuttosto un modo d’essere che trova forza dove forza non c’è e il nutrimento necessario attraverso ballate o melodie che si crogiolano, si arrovellano si piegano su se stesse fino a che non intravvedono una piccola lama di luce che esce da un pertugio e che incominciano a seguire fino a che diventa sempre più grande e le conduce a sbucare fuori dalla loro tana e a quel punto o escono e ne rimangono  abbagliate oppure non trovano la spinta necessaria per oltrepassare l’uscita, sostanzialmente perchè non lo vogliono, perchè stanno bene così nel loro non-arrivo.... come All that we lost che sembra voler fuggire ma quando è il momento di uscire, si ferma, pensa, ed alla fine torna sui suoi passi. Mystery talks riesce ad uscire ma rimane immobile a guardare e ad imprecare, Broken songs invece fugge, corre ma è preoccupata perchè pensa al ritorno mentre Take it back è irrazionale e riesce ad abbandonarsi alla luce ma non totalmente, sempre con riserva.... É così che la musica risponde alle mie domande esistenziali, mi risponde a suon di sensazioni a quello che altrimenti farei fatica a contestualizzare con le parole.  Ci sono tanti modi per approcciarsi alla musica, il mio è sostanzialmente introspettivo, cerco nelle canzoni quello che sono, quello che mi rispecchia e quello che vivo quotidianamente, un disagio esistenziale che credo sia proprio di chiunque si guardi dentro almeno una volta al giorno. L'inquietudine che mi trasmette Jim Ward è come il riflesso della mia anima che si trova a confrontarsi a combattere a porsi molte domande, forse financo troppe, alla ricerca di un comune stato d'essere dove trovare sostegno e risposte e sta di fatto che dentro il mondo di Jim mi ci trovo proprio bene.

mercoledì 7 settembre 2011

Beirut: The Rip Tide



Rapimento e riscatto!
Non riesco ad esprimere quello che mi provoca l’ascolto di Beirut, è un misto di euforia, malinconia, colori seppiati, tinte impressioniste ma anche odore di foglie secche e di primavera che esplode... è come se mi svuotasse e mi riempisse in un misto di emozioni contrastanti, devastanti, inconsce che tolgono il fiato. Beirut è un’attesa di qualcosa che non trova fine, di qualcuno che non arriva, è una speranza, una negazione è un annegare per poi ritornare in superficie per respirare, e poi ancora giù! A candle’s fire con la fisa e le trombe mi fa strippare la luppo 4 volte prima di passare a Santa fe che ascolto come se avessi un groppo in gola, lo stomaco contratto e denti serrati, The Rip Tide è un disco fisico che mi coinvolge interamente, mamma mia, non riesco a tirare il fiato.... East Harlem aumenta la stretta e la tensione non si allenta e mi lascia a navigare nel limbo delle emozioni sospeso nel vuoto, è solo con Goshen che la mia inquietudine trova riparo, è un piumone che ti copre mollemente nelle fredde notti d’inverno ma è anche il vento di marzo che porta il suo odore di primavera e mi mette addosso una gran voglia di correre verso l’orizzonte. Che belli i violini e l’accordion di Payne’s bay, sa proprio di mare la sera, con l’aria umida pregna d’acqua e di spruzzi salati che colpiscono il volto mentre The rip tide è il massimo da spararmi in cuffia quando giro in centro, è la soundtrack perfetta per la vita urbana che mi circonda e per la sua varia umanità, e sono io, solo, a navigare sorridente sul mare composto dai san pietrini con il vento a contrapporsi all’avanzata, Vagabond mi fa stare bene, odora un po’ di appena piovuto, con questa nelle orecchie potrebbe accadermi di tutto e non me ne accorgerei anche perchè, con questa, non potrebbe accadermi nulla di male. La sacralità di The Peackock è ssuggellata dall’organone che ne ricama le melodie, questi 4 accordi suddivisi equamente tra maggiori e minori, non mi lasciano scampo e mi ci abbandono totalmente ed incondizionatamente. L’ukulele di Port of call regala un sapore del tutto particolare, la sensazione è quella di quando si lasciano gli amici alla fine delle vacanze, nostalgia, ricordi, voglia di restare con la consapevolezza che quella magia non si ripeterà mai più ma con la certezza di volerci comunque riprovare ed è quello che rifarò ricominciando l’ascolto di questi 33 minuti assolutamente incredibili. The rip tide di Beirut mi ha stregato, rapito il corpo e l'anima!!!

giovedì 25 agosto 2011

Jonathan Wilson: Gentle spirit


Le nuvole di Jonathan...
Ci sono giornate in cui l’odore dell’aria, i rumori che mi sono intorno, il sapore del cibo mi riportano sensazioni già provate da bimbo, da ragazzo, da adolescente... insomma sei dejà-vu gusto-tattil-oto-olfattivi. Ascoltare questo disco mi ha fatto lo stesso effetto, quello di avere già vissuto in qualche momento della mia vita le sensazioni e le emozioni che offre.  Caldo, molto caldo... steso al sole con occhiali scuri ed occhi chiusi, sento passare le canzoni di Gentle spirit come le nuvole che per un attimo oscurano il sole e regalamo quell’istante di sollievo, ecco queste 15 canzoni sono come 15 nuvole che scivolano leggere sopra il mio corpo immobile, mi basta sentirne passare una ogni tanto per trovare ristoro, sono di forme diverse la prima (Gentle spirit) assomiglia ad un gabbiano che vola libero nel cielo; Can We Really Party Today? ha la forma di un aquilone che a volte viene sbattuto dal vento ed altre trova stabilità; Desert raven è un gatto che si apposta, corre, salta e torna a nascondersi; Canyon In the Rain sono fili di fumo che si propagano in mille direzioni, dispersi dal vento come i miei pensieri; Natural Rhapsody è una mamma orsa che gioca con il suo cucciolo; Ballad of the Pines è un gomitolo di lana che si srotola pian piano; The Way I Feel sono le vele di una barca spinte dal vento verso il mare aperto; Don't Give Your Heart to a Rambler è un bimbo in fasce nella sua culla che la mano della mamma spinge delicatamente; Woe Is Me è proprio una nuvola dalle guance gonfie che spazza via con un soffio tutte le altre; Waters Down è un profilo di volto umano che guarda verso il mare; Rolling Universe è una torta di mele ; Magic Everywhere, oltre che a ricordarmi Young di 40 anni fa, è un’altalena legata al ramo di un albero che ondeggia, appena lasciata libera dal bimbo che la cavalcava; Valley of the Silver Moon è una mongolfiera che roteando vola in alto, sempre più in alto fino a dissolversi nel blu; Morning Tree è proprio un albero dalla grande chioma che mi invita sotto la sua ombra; Bohemia è una ballerina di bianco vestita con le braccia protese verso l’orizzonte  e il viso sorpreso a guardare il sole che tramonta! Della storia di Jonathan poco mi importa perchè solo a 37 anni abbia rilasciato ufficialmente il suo primo disco, sono affari suoi,  l’importante è che lo abbia fatto e che Gentle Spirit, per questa fine estate, sia con me!

mercoledì 24 agosto 2011

Stratocater's heroes!!!



In memoria di Stevie Ray Vaughan & Jeff Healey
A pochi giorni di distanza dal 21°anniversario della morte di Stevie Ray Vaughan (27 agosto 1990) sento un fottuto bisogno di fare outing! Il 1990 è stato un anno terribile, un anno in cui la morte ha bussato alla mia porta di casa, un anno che non ha portato nulla di buono!!! Tronfio di saccenza e ottusità, barricato all’interno del mio castello di certezze, ho escluso SRV dai miei ascolti perchè... non so, Hendrix popolava le mie playlist e forse mi bastava, non ero propenso a rivisitazioni blues ma intento alla scoperta di pianeti musicali nuovi, era bianco, quindi poco credibile... non mi interessava la tecnica o la sua capacità di dare un’anima a quel legno sagomato con sei corde come Geppetto con Pinocchio, non so perchè... ma sta di fatto che con la saggezza dei 30 anni ho scoperto che questo ragazzo texano avvezzo all’alcool ed alle droghe, in alcuni momenti sorpassava perfino il maestro!!!! La rivalutazione ha contribuito a riempire lo scaffale di tutti i CD e di ascolti fiume, soprattutto dei suoi concerti... SRV è stato un grande, tra i più grandi di sempre, chiedo scusa a Stevie, a Christian, a Patrick e a tutti quelli ai quali non ho dato ascolto quando era il momento di farlo. Nella mia personale classifica di 47enne tra i più grandi chitarristi di tutti i tempi, metterei al primo posto Jimi Hendrix, al secondo Stevie Ray Vaughan e al terzo Jeff Healey, l’unico capace di tenergli testa, poche volte condivisero il palco ma quando lo fecero, amici miei fu catartico! La Fender dal 1992 produce la Stratocaster Stevie Ray Vaughan, Jeff ci ha lasciato nel 2008 a causa di una malattia agli occhi che lo aveva reso non vedente fin dall’età di un anno. Ecco amici, ora sto meglio vi lascio un video dei nostri eroi... grazie Stevie, grazie Jeff e perdonatemi per la mia poca fede...

martedì 19 luglio 2011

Jon Allen: Here Tonight


Noi, uomini e musicisti del terzo millennio
Penso che i vari Dylan e tutti gli altri ultra sessantenni siano dei mostri sacri, degli intoccabili, dei geni, entrati nella Hall of Fame della musica, credo che abbiano scritto canzoni che rimarranno scolpite nel cuore di ogni abitante della terra, senza di loro la vita non sarebbe la stessa... ma bastaaaaaaaaa!!!! Non ne posso più!!! Senza Dylan Jon Allen al 99% non esisterebbe (musicalmente parlando) e non avrebbe potuto scrivere Sweet Defeat ma cazzo il mondo va avanti, i mercati cambiano, gli equilibri mondiali si spostano, le risorse primarie si esauriscono, bisogna trovare energie alternative.... Jon Allen è il presente e come lui tanti altri ma nel mondo facebook piace “solo” a 1254 persone, me compreso!!! Qui qualcosa non va!!! 11 splendide canzoni che fanno stare bene, fresche, allegre, belle... cose che gli ultrasessantenni si sognano di scrivere, non saranno dei “capolavori” che resisteranno a generazioni ma è la musica di oggi, quella del 2011 ed è questa quella che voglio ascoltare e programmare!!! Senza i Beatles non sarebbe esistita Love's Made a Fool Out of Me, ma senza Meucci non sarebbe esistito l’iPhone, quindi oggi non diciamo che Meucci ha creato l’iPhone ma è stato Steve Jobs che senza Meucci però non avrebbe potuto crearlo!!! Io mi guardo intorno, sarà difficile trovare dei nuovi geni perchè ormai tutto è stato inventato, i padri resteranno sacri ma i figli stanno creando eccome!!! cose belle, forse già ascoltate, ma se dovessi scegliere ora, tra un concerto di Dylan e Allen, vado a quello di Allen. Non so, sono curioso, mi piace provare, ascoltare cose sempre nuove, intuizioni e sensibilità diverse, confrontarmi,  provare nuove emozioni più vicine all’epoca in cui sto vivendo, innamorarmi quotidianamente di quello che il mondo della musica è in grado di offrirmi. Adoro Jon Allen e chi come lui mi regala brividi come quelli offerti da Joanna! Mi sembra, ascoltando Springsteen, Dylan, Young... di ricordare... di pensare... che bravi! che belle canzoni... ma di vivere nostalgicamente un’epoca che è passata! Senza Garibaldi e gli altri eroi del risorgimento non ci sarebbe stata l’Italia ma senza Luigi Calabresi, Peppino Impastato, Sandro Pertini.... avremmo un’Italia diversa... Sono stanco di aprire Facebook e di ritrovarmi fiumi di versioni differenti di canzoni del Boss, dei Beatles e del passato!!! Voglio svegliarmi con Jon Allen, Josh Garrels, Amanda Shires... ed addormentarmi cullato da Here tonight! Amo la musica, è la mia vita, ho bisogno di lei come dell’aria che respiro ed è per questo che tutti i santi giorni apro le finestre e faccio entrare dell’aria fresca, pura ed incontaminata per ritemprare le mie vecchie membra e mantenermi vivo!!!
P.S. Grazie a Eddy Cilia per la sua recensione a pag.88 del Mucchio di Luglio/Agosto 2011.

sabato 16 luglio 2011

Hugh Laurie: Let them talk


Cartoline da New Orleans
Sono ipocondriaco! non riesco a vedere telefilm ispirati a casi medici dai tempi del Dottor Kildare e del Dr. Queen, ho provato con Dr. House ma nonostante il sarcasmo presente dopo ogni episodio manifestavo sintomi reali di lupus!!! Ma lui! Lui, Hugh è fantastico, un innamorato del blues, e questo Let them talk è un viaggio straordinario all’interno della musica più bella del mondo attraverso i grandi che la hanno resa quella che è. Let them talk è un Medicine show del 2011 dove gli sciroppi miracolosi sono tradotti in musica, ad ascoltarlo,  canzone dopo canzone,  mi sembra di sfogliare, un album di foto ingiallito dal tempo che, grazie alla forza di Hugh, dei musicisti che lo hanno accompagnato (Allen Toussaint, Irma Thomas, Dr. John, solo per citarne alcuni) e alla produzione di Joe Henry riprendono colore come quando all’inzio del ‘900 si era usi a colorare le foto, ogni nota una pennellata, ogni strumento un colore, ogni canzone un tonico per il corpo e per l’anima, una raccolta di storie che mi porta a camminare per le strade ed entrare nei locali fumosi e dal pregnante odore di alcol di New Orleans, città dove questa musica ha trovato linfa vitale! Ogni canzone è una emozione troppo forte, di quelle che ogni volta mi spinge sullo sterno, mi inibisce il respiro e che quando si libera dentro di me allora mi libera “il sospirone”. Amo il blues! Ma Hugh Laurie me lo sta facendo adorare, la sua rilettura dei classici di questa musica forse farà storcere il naso ai puristi del genere, ma quello che mi trasmettono queste canzoni è l’amore, la passione e la gioia che il Dr. House ha infuso dentro di esse... alla fine rimango ipocondriaco ma queste canzoni sono in grado di curare qualsiasi malattia!

giovedì 7 luglio 2011

Josh Garrels: Love & war & the sea in between


E il naufragar m'è dolce in questo mare...
Ci sono giorni nei quali non basta niente, quei giorni che vorresti trovare riposo ma nulla sembra adatto, quei giorni che ti sembra di perdere tempo ma che non sai come occuparlo perchè nulla può colmare il vuoto dentro di te, quei giorni in cui la tua mente scova tutti i fili pendenti nella tua vita e si accorge che non riuscirà mai ad annodarli tutti, ecco, questi sono quei giorni e aver incontrato Josh Garrels non è un caso. Mi basta ascoltare le prime tre: White Owl, Flood waters e Farther along, chiudere gli occhi ed abbandonarsi totalmente perchè tutto mi appaia possibile, bello, raggiungibile che la stanchezza e la fatica si sciolgano come neve al sole che la mia mente torni a rivedere tutto il positivo che c’è nella mia vita. Questa è la musica, quando si ha bisogno Lei c’è, assume varie sembianze, ti cerca, ti trova, ti ama! La musica è la risposta a qualunque cosa, è il mio modo di comunicare con la realtà ed interagire con essa, ogni giorno ha la sua canzone, ogni periodo ha il suo cantante ma che cos’è Love & war  the sea in between? Una barca che mi raccoglie, mi culla, mi riscalda, mi ripara è dentro queste note che riesco a trovare rifugio, forza e consolazione una forza che mi solleva e mi trasporta dentro e fuori della realtà attraverso questa musica vedo tutto più chiaro, è la mia trascendenza il mio io che si dilata al di sopra di me attraverso il quale mi vedo, mi apro, mi parlo, mi capisco! Una musica che mi strappa l’anima e la ricompone, che mi solleva e mi lascia cadere che mi calma, mi agita mi completa. Ci sono tutti John Grant, Damien Rice, David Gray, Coldplay e nessuno... io ci sono insieme ad altri centomila me ma anche solo come recita Ulysses che da solo naviga nel mare della vita. Love & war & the sea in between è il mio porto, il mio approdo sicuro, la mia ancora, il mio faro la mia rotta da seguire Josh Garrels è il mio capitano e questa nave non l’abbandono perchè con questa musica non si va mai a fondo e se capitasse ti riporterebbe comunque sempre a galla.

venerdì 24 giugno 2011

Joe Ely: Satisfied at last


Tra il Texas e le coste di Sgrigna!!
L'asfalto è bollente, l'aria calda brucia la pelle del viso, gli occhi sono due fessure... sto cavalcando il mio cavallo di latta ma potrei essere da tutt'altra parte... le cuffiette dell'ipod stanno per esalare il loro ultimo respiro senza limiti di volume mi invadono delle note di The highway is my home, comincio a vedere dei cactus su via covignano e dei condor girarmi sopra quando decido di fermarmi al pozzo dissetante di Not that much is changed, serpenti di foglie mi attraversano la strada e vengo abbagliato da Satisfied at last le cui chitarre mi arrivano da destra e da manca creando delle piccole trombe d'aria sonore all'interno del mio cranio costretto nel casco. Attraverso un tranquillo ma vivace paese in festa attorniato da persone che si muovono al tempo di Mockingbird hill, il paesaggio si apre a dolci colline degradanti con i filari che si stanno riempiendo dell'uva che a settembre diventerà sangiovese e suona You can bet me gone,  la vista da qui è bellissima il mare, i monti e la collina, il vento si è fermato, e il silenzio viene riempito da Leo and Leona. Sono le 18 il sole è come un abbraccio caldo e sulla fisarmonica di Live forever mi lascio andare in folle giù per la discesa, la reggae-country Roll again mi vede dimenarmi sul sellino, senza piedi, senza mani... volooooooooo!!!! I am a man now è blues e richiede ancora un rombo di motore,  metto la seconda, riaccendo e mi infilo tra il tunnel naturale di alberi, perdo la percezione della vista per qualche attimo ma è bello perdersi per poi ritrovarsi, sono al semaforo e Circumstance è la ballad che ci vuole per concludere la cavalcata, mi accompagna fino a casa dove mi siedo all'ombra con birra e zighi.... Adoro Joe Ely!!! e pensare che solo fino a qualche anno fa il periodo estivo ci lasciava orfani di musica, ora fortunatamente i tempi sono cambiati e Joe con questo Satisfied at last, sembra aver ritrovato la quadratura del cerchio, un disco straordinario con tratti di Lloyd Maines e tutto quanto di buono si possa desiderare per questa estate appena iniziata... ah, il mio viaggio? sulla mia PX 150 dell'86!!!

Nota: Le Coste di Sgrigna (trad: ridarella) è una strada con tante curve e salite che attraversa le colline e collega Rimini a Verucchio, detta anche: il paradiso dei ciclisti!!!

mercoledì 22 giugno 2011

Dan Israel: Crosstown traveler


Quattro chiacchiere con Dan!!!
Vi sono alcune certezze nella vita di ognuno di noi, una delle mie è Dan Israel! Dan è uno che, come si dice dalle mie parti, mette poca acqua nel vino, Dan è una persona che riesce a mettermi a mio agio, è un vecchio amico che più o meno, una volta all’anno mi viene a trovare e tra una birra, una zighi e quattro chiacchiere... alla fine è come se non ci vedessimo dal giorno prima. E’ arrivato ieri, ci siamo seduti fuori in giardino quando il sole era già tramontato e l’aria era pregna di odore di mare e di profumo d’estate, dopo i primi convenevoli mi ha raccontato come prima cosa di sua figlia (I'd Never Make It Through) poi di una serie di sentimenti comuni presenti nel subconscio di ciascuno, della gioia, del dolore, di meraviglia, di tristezza, di angoscia, della morte e della depressione (No Closer To Home). Si è sfogato con me raccontandomi il tutto con il solito tono rassicurante accompagnato dalle sue melodie tra roots e pop, tra blues e rock con la sua chitarra e la sua voce, calma e rilassata. Con questo Crosstown traveler sono già 11 volte che passo a trovarti, mi dice, io gli chiedo se oltre Tom Petty, Neil Young, Elvis Costello questa volta abbia ascoltato anche Wilco e lui mi accenna subito I’ll get along. Ormai è notte fonda, Dan è un po’ stanco, lo incoraggio, e gli dico che la sua è una gran bella musica e racconta un mucchio di belle storie, quella musica e quelle storie di cui sento un gran bisogno... e come me anche tanti altri amici ai quali piaceranno di certo queste 10 incantevoli, semplici e preziose storie raccontate da un grande Artista! Grazie Dan torna presto a trovarmi... ah!!! dimenticavo!!! gli ho detto di venire a trovare tutti quanti voi...

martedì 21 giugno 2011

oggi...come 26 anni fa!!! Springsteen a Milano!


28 shots
21 giugno 1985, ore 5.00 partenza da Bologna destinazione Milano. Non so cosa mi aspetta, non sono mai stato ad un concerto di Springsteen, questa è la sua prima volta in Italia, questa è la prima volta che lo incontrerò! Internet era lungi da venire, di lui solo poche informazioni, un po’ di foto e qualche bootleg comprato impegnando copie di Alan Ford, Zagor e Capitan Miki! Era davvero quello che si diceva? uno spettacolo continuato di 4 ore? Una esplosione di suoni, energia ed emozioni?... Ore 9.00, giornata caldissima, la prima dell’estate, cancelli chiusi ma già assiepati di ragazzi che hanno passato la notte nei sacco a pelo attendendo l’apertura prevista per le 15.00! Non ho mai visto tanta gente, si parla di 80.000 forse di più attesi per il concerto, non ricordo niente dell’attesa, mi rimangono una bandiera americana con l’immagine dell’album Born in the U.S.A. e la maglietta commemorativa, i soldi risparmiati andando a mangiare in mensa per 15 giorni sono quasi finiti, rimangono giusto quelli per un panino e per il treno del ritorno. Ad una certa ora ecco aprirsi i cancelli, c’è la corsa al campo ma quando metto piede sul sacro terreno di San Siro sono già abbondantemente dietro la metà campo, resto li un po' e poi mi sposto in laterale... zighi dopo “zighi” si fanno le 19.00, la luce è ancora quella bella delle lunghe giornate primaverili, la sensazione è quella di essere ad un evento, il più importante della mia vita... aspetto Badlands come canzone iniziale perchè era quella con la quale aveva aperto i concerti del precedente tour... ma qui no, qui parte Born in the U.S.A.!!! Il cuore si ferma un attimo, bloccando stomaco e polmoni, non respiro... come pietra... lo vedo entrare sul palco, così come me lo ero immaginato.... così come mi sarei vestito io per i mesi a seguire, stivali, jeans, maglia con maniche strappate e bandana sulla fronte!!! L’onda di persone si muove verso il fronte del palco, uno tsunami umano che vorrebbe abbracciarlo tutto, incominciano con gli idranti sul pubblico e dritto allo stomaco la cassa ed il rullante mi dicono che è iniziato e che nulla cancellerà mai più quel momento. Badlands è la seconda, il cuore ha nel frattempo ha ripreso a battere e ora va ai 1000, ma ad ogni canzone si ferma per un attimo, tutto quello che pochi istanti prima era solo su carta, su vinile e nella mia mente ora è reale e quegli 80.000 non esistono più, siamo solo noi, io, Bruce Springsteen e la E-Street Band! 28 colpi ha sparato il boss quella magica notte e ho accusato altrettanti arresti cardiaci! Dopo quasi 4 ore di concerto ne vorrei ancora e ancora perchè all’appello ne mancano tante... sono praticamente sveglio dalle 9.00 del giorno precedente ma non me ne rendo conto e alle 9.00 del 22 giugno quando metto piede alla stazione di Rimini, dopo aver salutato Elena, la mia compagna di viaggio che scenderà a Fano, compro il giornale per rendermi conto se tutto quello che ho vissuto è realtà, scoprendo che è stato tutto vero e meraviglioso, mi avvio a piedi verso casa ma qualcosa quel 21 Giugno 1985 è cambiata, sono stato marchiato a vita da una magia che non tornerà mai più!



LA PLAYLIST
1. Born In The U.S.A. 2. Badlands 3. Out In The Street 4. Johnny 99 5. Atlantic City 6. The River 7. Working On The Highway 8. Trapped 9. Prove It All Night 10. Glory Days 11. The Promised Land 12. My Hometown 13. Thunder Road 14. Cover Me 15. Dancing In The Dark 16. Hungry Heart 17. Cadillac Ranch 18. Downbound Train 19. I'm On Fire 20. Because The Night 21. Backstreets 22. Rosalita (Come Out Tonight) 23. Can't Help Falling In Love 24. Born To Run 25. Bobby Jean 26. Ramrod 27. Twist And Shout/Do You Love Me 28. Rockin' All Over The World




giovedì 16 giugno 2011

White Denim: D


Texas forever...
Certo che la vita è strana, alla fine sa sempre di cosa abbiamo bisogno è che a volte la nostra richiesta e la sua proposta non arrivano proprio allo stesso momento e allora non accade niente. Quando c'erano i Phish, non avevo bisogno di loro anche se la vita mi mandava segnali, ora li ascolto, ma è un'altra cosa eppure avevo fatto grandi sforzi per ascoltarli... ma niente!!! Su Neil Young ho milioni di segnali ma non credo potrò mai ascoltare più di una canzone all'anno... sono così!!! Non cercavo White Denim, sono loro che hanno trovato me... e sono strani forte!!! Non è che impazzisca per le Jam Band, ma questi ragazzotti del texas vanno oltre a qualsiasi classificazione It's Him! sembrano gli Uncle Tupelo e i Violent Femmes insieme a Lynyrd Skynyrd. Burnished con le sue chitarre liquide vive in un mondo tutto suo sospesa tra i '60 e i '70 molto progressive! Anvil Everything mi ripcorda gli Who! In Street joy però c'è molto Neil Young ma potrebbe anche essere una Hit radiofonica per l'estate 2011 in River to consider ad esempio c'è il flauto di Ian Anderson, il ritmo di Paul Simon, quel modo di fare alla Dave Mattews e passaggi che odorano di Jeff Buckley così la prima volta che l'ho ascoltato sono rimasto incantato 5 minuti a guardare nel vuoto per quanto mi aveva sconvolto, stupito e sorpreso!!! Drug, a parte la durata, è progressive! Bess St. è rock ma anche jazz ma anche punk e poi è progressive!!! Is and Is and Is è stramaledettamente rock ci sono i Nirvana, i Pearl Jam rimescolati in una broda psichedelica. I ragazzi mi confondono e mi sorprendono, mi ubriacano con il loro caleidoscopio di suoni e cado in trance lisergico!!!! La country-jazz-pop-ballad finale Keys è la degna conclusione del disco più sorprendente che abbia ascoltato nel 2011! Un disco incredibile, continui cambi di ritmo, inclassificabile quanto inconsueto nella costruzione dei brani ma soprattutto di non facile ascolto! Il Texas mi sta regalando sensazioni incredibili, Band of Heathens, Dallas Mavericks e ora White Denim! Questo disco mi ha completamente spiazzato, ero impreparato a tanto ma credo che ci farò presto l'abitudine... anzi l'ho già fatta!!!

mercoledì 15 giugno 2011

Blackie & The Rodeo Kings: Kings and Queens



Un indimenticabile dopo cena...
Accogliere 14 presenze femminili nel mio salotto, visto i tempi che corrono, potrebbe apparire equivoco, ma questa sera ne avevo l’occasione e ho approfittato di queste incredibili 14 signore della musica che hanno cantato nel mio personalissimo dopocena. Sistemato il pupone davanti all’intera serie di Ben Ten Alien Force ho aperto iTunes e cliccato su Acquista (che resta sempre e comunque un bel momento) su Kings and Queens di Blackie & The Rodeo Kings! .....qualce istante di attesa.... ed ecco la prima invitata entrare nel mio salotto, il suo nome!? Lucinda Williams a duettare con Colin Linden in una deliziosa country-rock ballad intitolata If I Can`t Have You, più country oriented è l’incalzante Another Free Woman con Sara Watkins! Scanzonata e appena uscita da un Wulitzer del ’56 è Got You Covered con Rosanne Cash... mi sto divertendo, la serata promette già mooolto bene quando arriva la prima vera sorpresa, Amy Helm (Ollabelle) con I`m Still Lovin` You, un gioiellino! me ne innamoro al primo ascolto e la metto il loop per 4 volte. Anche se ultimamente mi ha un po’ deluso, l’attesa dell’arrivo di Cassandra Wilson mi mette comunque addosso una certa curiosità, Golden Sorrows è lenta ed avvolgente e la sua voce è ancora più profonda e vellutata del solito. Shelter Me con Patti Scialfa e maledettamente blues con pennellate gospel, molto sensuale... la seratina incomincia a farsi musicalmente piccante.... Pam Tillis con My Town Has Moved Aways, soffoca alquanto gli ardori riportando il tono musicale su un cattedrattico country Nashville style mentre  l’ingresso di Janiva Magness mi suscita una irrefrenabile voglia di ballare, How Come You Treat Me So Bad? è un rock’n’roll trascinante. Emmylou Harris è sempre la stessa, elegante e raffinata come la splendida ballatona Step Away è qui a testimoniare! Ma che sorpresa!? ma guarda chi si vede... Mary Margaret O`Hara (un solo disco all’attivo “Miss America” del 1988 ed una colonna sonora) è tra le predilette di Blackie, "è andato bene il viaggio dal Canada?" mi viene naturale chiederglielo e lei mi risponde con un Heart A Mine con l’accento molto più vicino a quello di Nashville che a quello di Toronto! Con lo stesso aereo è arrivata anche la raffinatissima Holly Cole che con Brave mi porta in regalo tante emozioni. La serata volge al termine ma qui continuano ad arrivare ospiti Exene Cervenka è una vera sorpresa, la cantante degli X (band indicata da Springsteen tra le sue preferite in una delle intervista degli '80) si cimenta lontano dai territori musicali ai quali l’avevo lasciata e Made of Love è proprio vicina a tutto quello di cui avevo bisogno! Sam Phillips è sempre la stessa, Love Lay Me Down è calma, tranquilla...senza particolari sussulti!!! L’ultima ad arrivare è Serena Ryder, sempre da Toronto, Black Sheep è una gran bella canzone a degna conclusione di una splendida serata. Grazie anche al gruppo (Colin Linden, Stephen Fearing and Tom Wilson) che ha suonato per me, devo dire assai bene, country, folk, blues, r’n’r, tanti assoli e tante belle canzoni per una di quelle serate che vorrei poter ripetere più spesso! Il concetto di "conversazione" che i nostri volevano far passare con il disco è perfettamente riuscito... ah! la prossima volta... qualcuno si ricordi di portare del vino!! Thanks!!!

giovedì 9 giugno 2011

Il coccodrillo pescatore


C’era una volta un coccodrillo che andava a pescare i pesci ma con la canna da pesca perché non sapeva pescare con la bocca. Ma un giorno andò a scuola di pesca per coccodrilli e lì imparò a pescare con la bocca e tornò a pescare felice e contento!

Federico Guerra

mercoledì 8 giugno 2011

Tedeschi Trucks Band: Revelator


Il bianco ed il nero!
Ike and Tina... ecco chi mi viene in mente! Però Bianchi! Dereck Trucks e Susan Tedeschi, oltre che nella vita, ora si sono uniti anche in un matrimonio musicale, Susan canta come non mai, la band (9 elementi + Derek) suona meravigliosamente e il risultato mi esalta! Tanto soul, una buona dose di blues, un pizzico di gospel e mettiamoci anche del R&B, il tutto immerso in una buona tradizione di "Americana". Mettiamo che la giornata sia la prima con un po' di sole da 5 giorni, mettiamo anche che le vacanze si avvicinano, mettiamo anche che lo stavo aspettando... beh mi viene voglia di un'amaca, una bibita e posizionare il cervello in stand-by, l'unica energia che riesco a sprigionare è quella del pollice sul tastino UP del volume dell'iPod perchè quando si libra la chitarra di Derek Trucks (in certi passaggi molto Pat Metheny style) mi libro anch'io nel vuoto della mia più totale apatia. Un disco d'altri tempi che trova ispirazione nelle radici della musica americana indistintamente bianche e nere che siano (come i Pokemon) molto ricco di particolari e curato alla perfezione! Mi sento come su di uno scivolo di Aquafan, lo affronto, ne assecondo le curve, sento il beneficio dell'acqua fredda sul corpo arrostito dal sole,  tenego il fiato fino in fondo, fino al tuffo nella grande piscina della musica.

venerdì 3 giugno 2011

Seasick Steve: You Can’t Teach An Old Dog New Tricks


"Tazzato" di Blues
Eccomi qui, con lo sguardo perso nel vuoto e le cuffie a pensare a quello che sono... Io faccio la spesa al supermercato, ho l'abbonamento a SKY,  ho una casa accogliente, ho il calore di una famiglia, ho un letto in cui dormire, compro on-line,  ho una carta di credito a disposizione, ho un lavoro, ho tutto il necessario per vivere bene e anche tanto di superfluo, ho anche una chitarra a 6 corde ma provo una profonda invidia per Seasick Steve che non ha mai avuto niente di tutto questo e possiede una chitarra a 3 corde con la quale compie prodigi. Non riuscirei mai a vivere per strada come ha fatto lui, scappato da casa nel 1954 all'età di 13 anni, è vero che lo ha fatto per fuggire dai continui abusi a cui era sottoposto... ma questo non lo ha reso un looser, lo ha reso forte, di una forza che viene da dentro e che è sfociata in un talento immenso ed una energia che ha convogliato tutta sulla musica. Ascoltarlo suonare mi risveglia impulsi ancestrali, è una musica che mi prende alla pancia che mi attorciglia le budella e che che implode dentro. È qualcosa che travalica il blues, è una musica che mi provoca brividi e convulsioni,  è una broda primordial-musicale che probabilmente esisteva all'inizio della vita insieme al primo organismo monocellulare, è una musica scaturita dal big-bang che è rimasta nella composizione cromosomica del DNA, so che Gil Grissom potrebbe scovarla e sintetizzarla ma è molto più facile berla direttamente dal calice che Beard Steve mi porge al quale mi voglio abbeverare senza ritegno fino ad ubriacarmi della sua musica...

Mario Calabresi: Cosa tiene accese le stelle


Ahhhh! Sto meglio! Dopo essermi letto tutto d’un fiato il libro di Mario Calabresi mi è tornata la speranza!!! Delizioso spaccato dell’italia degli ultimi 50 anni raccontato da chi ha fatto una parte di storia, quella più nascosta, quella più preziosa dall’arrivo della lavatrice e del frigorifero, che hanno cambiato la vita degli italiani, fino alla conquista di marte... un delicato quadro dipinto dalla bella penna del direttore de La Stampa che, prendendo spunto dalle tante lettere disperate arrivate alla sua redazione, ci parla di spazi da riconquistare, apre alla speranza nel futuro e invita tutti a crederci. Per testimoniare questo ha parlato con chi ha creduto in un futuro ed ha realizzato il suo sogno. Da Franca Valeri alla bimba musulmana di 13 anni, da Veronesi a Jovanotti passando per Grom e la sua stessa esperienza, storie di vita che hanno lasciato un segno, quello di dare credito alla speranza, di poter dire con convinzione a me stesso e a mio figlio che vale la pena!

mercoledì 1 giugno 2011

The Wave Pictures: Beer in the Breakers



Ho ritrovato il fanciullino che è in me...
A volte ho bisogno di certezze, un po' come Linus con la sua coperta e allora mi rifugio, come facevo da piccolo nascondendomi dentro l'armadio dei miei genitori, in suoni, odori e sapori che riescono a ricrearmi quel rifugio protetto e sicuro. L'undicesimo disco dei The Wave Pictures è una di quelle cose che ricrea quell'atmosfera, come il Brandy dall'etichetta nera! Nessuna novità, nessun sussulto ma Beer in the Breakers riesce a ricreare misteriosamente quel bozzolo al cui interno mi sento come se non possa accadermi nulla di male! Il mistero ho scoperto, sta nella varietà musicale proposta da questi ragazzi inglesi, che svaria nel sound dell'ultimo quarto di secolo passato. jazz, blues, garage, folk inglese e sonorità d'oltre oceano dei primi '80... ma quello che mi fa impazzire sono i  tanti assoli che riescono ad infilare dentro i brani , quelli che solitamente mancano in tanti dischi di studio e che invece trovano spazio nei live! ecco... quando penso... qui ci starebbe bene un assolo... beh ecco che arriva!!! una serie di piccoli orgasmi musicali ravvicinati incastrati in ballate, r'n'r e folk songs. Quello che adoro è come raccontano le cose... mi sembra di sentir parlare un bimbo di 5 anni, piccole semplici storie narrate su un tappeto musicale che entra sotto la pelle immediatamente. Le loro canzoni mi suscitano continui flash a volte sento i Doors, a volte i Television, a volte gli Smiths, altre i Belle and Sebastian ma poi li riascolto e cambiano, si mischiano si confondono e poi mi perdo tra scatole di scarpe, cappotti, parrucche, sciarpe e cravatte ...e ritorno bambino!

mercoledì 25 maggio 2011

The Apache Relay: American Nomad



I rimedi del Dr. Reckeweg
Lo sapevo che una copertina come quella di American Nomad non poteva che racchiudere dele belle canzoni e così è stato! Interno notte ore 23.30 in TV Thunder vs Mavs, come sempre, Mac on the legs, mentre sfoglio Mojo e Uncut ed ascolto qualcosa (ebbene si... sono solito fare 4/5 cose contemporaneamente). Arrivo sulla pagina di http://www.americansongwriter.com/ ed incomincio a curiosare.... solite cose... Jeff Bridges farà un disco solista prodotto da T-Bone Burnett e mi annoto un po' di uscite... scorro la sezione reviews e mi imbatto in The Apache Relay! I Thunder sono avanti ma so che alla fine perderanno, apro la pagina e mi trovo al cospetto di una copertina strepitosa, i quattro su di una tandem (mi ricordano  i Beatles) e la curiosità mi rende famelico. Sulla web page della band solo poche cose... allora che faccio? 6.99$ COMPRO!!! Apple lossless! L'ASDL stasera è veramente lenta, intanto i Mavs recuperano e vincono e mentre KD col suo zainetto indosso parla... ecco sgorgare le prime note di Cant't wake up che sembra proprio un invito a restare li ad ascoltare il resto! The Apache Relay vengono dalla parte "incontaminata" di Nashville, questo American Nomads è il loro secondo disco e, oltre a brani originali, contiene una strepitosa versione di State Trooper di Springsteen. il disco reca con sè tutti gli ingredienti che vorrei in un disco tardo primaverile da godersi all'aria aperta. Il suono è fresco e potente ricorda Fleet Foxes, Arcade fire e  Decemberists! l'alternanza tra folk-songs, ballads e canzoni più tese, dona un equilibrio particolare a tutto il disco. Power hungry animals è una splendida folk-song, Mission bells ha qualcosa di John Lennon, Lost kid è una travolgente sing a long song! Water hole è molto soul oriented e odora alla stragrande di Motown! American Nomad lavora sui territori di springsteen, grande lavoro del violino e ritmo incalzante. When i come home è una bella ballata acustica che lascia spazio alla nervosa e tesa Home is not places, l'album si chiude con la rassicurante Some people change! Tutto quello che avrei voluto avere da un disco l'ho trovato qui, la sintesi perfetta del trend sonoro di cui ho bisogno! Gli Apache Relay sono come la medicina omeopatica c'è a chi fa effetto e a chi no con me funzionano alla grande, li adoro!!!

sabato 21 maggio 2011

Kurt Vile: Smoke ring for my halo


Carpe diem!
Sabato pomeriggio, ho un paio di dischi che vorrei ascoltare questo ad esempio, ne parlano tutti anche RootsHighway si chiama... si chiama...!? Kurt Veill (ah no quella è un'altra storia!) Assopito all'ombra del mio nuovo gazebo, le canzoni di Kurt Vile (che si pronuncia come quell'altro) mi scorrono sul corpo come una taumaturgica acqua benefica e lasciano libero sfogo ai pensieri più scrausi. Mi chiedo se sia pop o rock o lo-fi... ma perchè fermare la mia mente per sprecare il tempo ad incasellare una musica che a tratti mi ricorda Lou Reed a tratti i Beach Boys ma anche James Masics...??? é primavera, è tiepido, sto bene e non penso a niente, sento addirittura odore di rose, ho un sorriso ebete stampato sul volto e la leggerezza di Smoke ring for my halo ha lo stesso effetto su di me dei fiori di loto! Dovrei ritrarmi davanti ad una proposta musicale quasi commerciale!!!? si sento di doverlo fare... eppure... se a 47 anni mi diverto ancora a giocare con i lego perchè dovrei vergognarmi di dire che questo disco mi fa stare bene? Kurt Vile santo subito!!! ecchissenefrega di tutto il resto?! dovrei mantenere un atteggiamento distaccato ma una canzone dopo l'altra mi sento sempre più avvolto dalle loro trame melodiche suadenti e perfide... si vabbè... di roba così ne ho sentita a cariolate ora cambio!... poi arriva Runner ups... ancora un minutino ahhhhhh!!! sarà il dopopranzo, la brezzolina leggera che mi solletica, il materasso morbido... ma mi sento cullato, coccolato, rassicurato... ecco si, mi faccio una zighi... ecco si! sento l'ultima poi metto qualcos'altro... ecco si!... In my time.... ripiombo in stato catatonico, non ho più voglia di lottare... mi abbandono a questo mio stato di leggerezza dell'essere e mando a cagare tutto il resto! Ho abbassato le difese, sono in balia di questo ragazzotto di Philadelphia (dove non sono stato ma lì ci giocava, con il numero 6, Doctor J, alias Julius Erving, il mio idolo di sempre, in materia di basket) e Ghost Town mi trova impreparato, come un bambino per la prima volta a cospetto dell'oceano... e allora vai di loop... perchè voglio inabissarmi totalmente nell'oblio, in questo pomeriggio di maggio, assuefatto e ammansito da KurtVile... domani chissà.. forse il disco resterà sull'iPhone 15 giorni e poi me ne dimenticherò per poi eliminarlo dovendo far spazio ad altre cose.. ma anche no, perchè forse sarò ancora qui, drogato e intontito da Smoke ring for my halo. Per ora... colgo l'attimo e torno a smarrirmi tra i meandri della mia mente e tra i miei sogni in un vivifico stato di torpore generalizzato!!!

Hot Tuna: Steady As She Goes


Buon Tonno fresco
I used to think, wherever I wandered,
Nothing would ever, ever come to woe;
But that's all gone now and I don't worry;
What's the future for me and my friends;
Well, I just don't know.


In Ode for billy dean nel 1972, Jorma Kaukonen vergava nero su bianco questa profezia ed oggi, a 41 anni dal primo disco in studio e a 21 dall'ultimo, gli Hot Tuna tornano a regalarcene un'altro!

Quando ho visto Hot Tuna ho pensato: alè ai sém! sarà un nuovo live o una nuova raccolta... vabbè!!! Ma sono curioso come Ulisse (non l'omerico eroe ma il delfino) e con grande "intuito" mi sono accorto subito dalla preview di Angel of darkness che invece si trattava di un disco nuovo. Non posso dire che è un gran disco ma che sia buono... beh!!! questo è indubbio! Jorma Kaukonen (voce e chitarra) e Jack Casady (basso) garantiscono la solidità e la continuità, Barry Mitterhoff (mandolino) e Skoota Warner (batteria) e la produzione di Larry Campbell danno la quadratura del cerchio per un grande ritorno! Questi anziani signori non hanno mai smesso di suonare... e si sente!!! e tra riletture e brani originali quello prodotto è un ottimo risultato, solido roots-blues, bei suoni e grande impatto sonoro e per me, che a volte cado in nostalgiche crisi mistico-musicali, questo Steady As She Goes non rappresenta un ritorno al passato ma un fresco refolo di buona musica che allieterà per un po' le mie giornate ed arricchirà le mie playlist quotidiane!

venerdì 20 maggio 2011

Israel Nash Gripka: Barn Doors and Concrete Floors


Un viaggio in Israel
Questi sono i fatti. Ottobre 2009, Israel insieme a Ted Young sorseggiano birra ed ascoltano i vinili che Israel ha portato con sè dopo un tour in Europa, tra una battuta e l'altra nasce l'idea di registrare un nuovo disco attrezzando un granaio a studio di registrazione, prima di aprire l'ultima "BUD" decidono di riporla in un armadio e di berla a progetto terminato. In menchenonsidica acquistano tramite un annuncio sul giornale un granaio a Catskill Mountain (Albany nello stato di New York) e qui insieme a Steve Shelley (Sonic Youth), Joey McClellan (Midlake/The Fieros), Eric Swanson, Aaron McClellan (The Fieros), Brendon Anthony, Jason Crosby, and Rich Hinman in 8 mesi, tra bagni nel fiume e falò, registrano il disco grazie "all'umile opera ingegneristica" di Ted Young (Gaslight Anthem/Kurt Vile). Il disco suona meravigliosamente e sarà l'arrivo della primavera, delle prime brezze e del primo calore vero del sole... ma già al primo ascolto mi ha letteralmente rapito... allora... eccomi qua all'interno di un fienile alle Catskill Mountains circondato da verdi, dolci colline nei pressi di un fiume e di una cascata, ne percepisco lo scrosciare, chiudo gli occhi, clikko play e Barn Doors and Concrete Floors si anima e tutto mi appare incantato e meraviglioso, così  mi abbandono ai liberi pensieri ed alle emozioni che sgorgano spontanee dalla musica di Israel questo è il mio viaggio...  Parto con Fools gold che è sapida, tagliente e terribilmente trascinante, un inizio incredibile, sono su un bus, il viaggio è stato lungo, i freni stridono, le portiere sbuffano, scendo, sento il bus che riparte dietro di me il luogo è sconosciuto ma sono a mio agio, sono euforico, tutto è nuovo, tutto è da scoprire! Con Drown mi ritrovo a cavalcare un Appaloosa in assolate praterie polverose, cerco di alzare il volume in cuffia ma sono già al 110%, faccio una sosta e mi crogiolo all'ombra di un albero pencolante con Sunset, regret, una bella ballata che lascia il posto alla tesa Goodbye Ghost che lascia intravvedere in lontananza l'urbanità dele luci della skyline newyorkese. La slide di Four winds mi riporta alle luci giallognole di un paese della campagna le quali ombre danzano sull'unico deserto crocicchio. Sono sempre lì, con gli occhi chiusi, a godermi la tiepida brezza sul viso sollevata da Louisiana che mi lascia con Baltimore su di una spiaggia, al tramonto, accarezzato dalla schiuma della bassa marea. La melanconica Red dress mi materializza al centro della pista da ballo di una festa di paese. In Black and blue c'è Dylan, c'è Ryan Adams... si! sono in un museo della storia musicale americana c'è un mondo di note intorno a me e ballo... e canto! La voce di Israel!!! ecco cosa c'è, ora sa usarla al meglio, la adatta ai brani la usa da strumento, ogni canzone ha la sua voce e quella di Bellwether Ballad mi accompagna in cima ad una collina e mi invita ad esplorare la valle che si allunga sotto di me a perdita d'occhio fino alla curvatura della terra. Ho il sale sulle labbra... Antebellum è come una Tequila che mi gusto seduto al bancone del bar fumando una zighi, dolce è il tabacco e una nuvola di fumo si alza verso il cielo, la guardo offuscare la luna poi pian piano si dirada e mi lascia così, disteso sul mio carpet, a fissare la mia artemide... ho sognato!!! ...ma se è così cosa ci faccio con in mano un biglietto del bus, gli abiti bagnati e la polvere sul viso?!

giovedì 19 maggio 2011

Il gatto rock


C’era una volta un gatto che apparteneva a una rock band e a forza di sentire concerti ne fa uno anche lui, si fa una band tutta sua. Dopo però un anziano grida: «Fate schifo! buuuuu». Ma il gatto rock ha un asso nella manica, spacca la chitarra e dentro c’è una spada e il vecchietto scappa a gambe levate e il gatto rock vive felice e contento.

Federico Guerra (my son)

martedì 17 maggio 2011

Okkervil river: I am very far


Odi et amo
Ascoltando l'iniziale The valley e la successiva Piratess sono già in paradiso, sound anni '80 batteria, tastiere, archi, fiati... insomma un tripudio vintage, che visto il mio amore sviscerato per la musica di quegli anni mi cattura e mi fa impazzire!!! Poi colto da dubbi spingo il tasto "HOME" del mio iPhone per controllare di non aver sbagliato disco... no no!!! sono proprio gli Okkervil River, già ne ero attirato ma non era mai scoccata la scintilla della passione, ora ne ho una cotta e li amo perdutamente!!! Insomma è stato come accorgermi che quella mia amica di vecchia data ora che si è tagliata i capelli, ha cambiato modo di vestirsi e di comportarsi mi piace e tanto!!!  Dico subito che per chi tra voi, amiche ed amici delle backstreets che coraggiosamente mi leggete, è legato al suono della band e soprattutto a Down The River of Golden Dreams, loro splendido secondo album, ascoltando questo I am very far storcerete alquanto il naso, il suono è cambiato Will Sheff ha dato una svolta al sound, al suo stile compositivo ed al lavoro in studio. Il disco risulta "altro" rispetto al passato. Rider è epica, una cavalcata rock verso terre inesplorate (in continuo loop in cuffia) e poi la successiva splendida ballad Lay of the last survivor (quanto di più vicino al "vecchio sound") chiude un pokerissimo di songs che da solo, per me, è valso l'acquisto! L'atmosfera è quanto mai "sinfonica", molti direbbero barocca, io l'adoro così ricca, a volte rindondante e nello stesso tempo indispensabile per queste canzoni. Un grande dispiego di forze, 14 musicisti, (due batterie, due bassi, due piano e sette chitarre) e di accorgimenti musicali (vedi l'uso della carta di giornale come base percussiva). Un disco di impatto emotivo e sonoro dove ho sbattuto il muso nel muro musicale creato da Will Sheff che sembra dirci che gli Okkervil, quelli che conoscevamo, sono dietro, ora, per segurli, dobbiamo scavalcare questa parete che per chi desiderava i suoni rarefatti, sgangherati dei precedenti dischi è un limite invalicabile, per chi invece è pronto ad alzare il volume dei riproduttori a livelli di decibel oltre la soglia consueta, diventa una vera e propria liberazione.. ed io l'ho fatto ed ora sono liberoooooo. Da tiepido estimatore della band mi ritrovo ad essere completamente rapito, assoggettato, ricattato e grato a Will Sheff per questo piccolo capolavoro! Uno dei dischi più belli dell'anno o forse tra i più deludenti, insomma, un disco da "odi et amo", se ne dibatterà a lungo ma, personalmente, ascolto dopo ascolto I am very far è diventato il mio compagno inseparabile la grandezza e il coraggio di Will Sheff sono tutti nell'aver saputo seguire il flusso delle note e delle emozioni che devono averlo invaso, quando in testa gli frullavano suoni diversi  per dirlo in una parola... catartico!

domenica 15 maggio 2011

Ben Harper: Give till it’s gone


Zero Tituli!!!
La voce è sempre la stessa, l’incedere elegante e la scrittura fluida (troppo fluida), le canzoni sono belle eppure.... è come se mancasse qualcosa... si ma che cosa?... si ecco manca Ben Harper!!! C’è molta buona musica in questo disco, c’è del pop, del rock, un pizzico di Neil Young, qualche Jackson Browne, Ringo Starr Q.B. e una manciata di rock ’70 ma il tutto risulta insipido, insapore come un vino dall’odore esagerato che quando passa in bocca non lascia traccia... dov’è il Ben Harper che conosciamo? quello della steel guitar? quello che ci faceva rimanere in tensione per un intero brano, quello che sapeva regalare emozioni attraverso ballate straordinarie?  dove sono il soul, il funk, il blues? quel groove del tutto personale e particolare che il nostro aveva creato miscelando tanti ingredienti della musica dei padri (neri e bianchi che siano)? non cerco un altro Fight for your mind, ma di rivivere quelle emozioni, si, a Ben Harper mi sento proprio di chiederglielo. Comprerò Give till it’s gone, come ho comperato i 9 precedenti più gli affini, lo ascolterò, lo passerò in radio, inserirò Rock N' Roll Is Free nella mia playlist estiva da tenere in auto poi probabilmente non ne avrò più ricordo, uscirà dagli aggiunti di recente e creando playlist per le Backstreets passerà sotto i miei occhi senza provocare moti di trascinamento della traccia. Give till it’s gone è un bel disco con tante belle canzoni, ma zero emozioni, vale l’acquisto per la qualità ma non aspettate di trovarci il Ben Harper che conosciamo!!!

venerdì 13 maggio 2011

Owen Temple: Mountain Home



L'amo, non l'amo.... l'inconsapevole leggerezza nello scrivere.... 
Come la musica colpisca diversamente gli animi delle persone è un mistero inviolabile, le alchimie sono differenti per ognuno dei 7 miliardi di donne e uomini della terra, per questo non metto sotto processo i giornalisti che si occupano di musica perchè le sensibilità di ognuno sono differenti, ma penso che ad essere giudicato debba essere il disco e non le intenzioni o i progressi degli autori. Un artista lontano dalle pressioni delle major, esce con un disco quando lo "sente pronto" perchè attraverso la sua musica vuole comunicare qualcosa. Owen Temple è un onesto e generoso musicista texano, tanto generoso da donare il 100% del ricavato delle vendite di Mountain Home, se acquistato per entro il 19 maggio attraverso il suo website, alla Jeff Davis County Relief Fund and to the State of Texas Agriculture Relief Fund! Mountain home è il suo sesto disco ed è un bel disco! Registrato e prodotto da Gabe Rhodes, si avvale del contributo di Charlie Sexton al basso ed alla baritone guitar, Bukka Allen alle tastiere, Tommy Spurlock alla pedal steel e Rick Richards alla batteria. Le canzoni sono scritte da Temple e in cooperazione con Adam Carroll, Scott Nolan e Gordy Quist (di the Band of Heathens). Atmosfere folk, blues, and bluegrass per 10 brani totali che ci regalano abbondanti 30 minuti di buona musica dove a risaltare non sono alcune song in particolare ma l'omogeneità dei suoni e a trionfare è la buona musica! Fino a 20 anni fa eravamo a conoscenza a malapena del 10% della produzione musicale statunitense, ciò che ci arrivava tra le mani era la "prima scelta" già filtrata e selezionata, ora che possiamo arrivare a conoscere l'80% del prodotto interno lordo della musica made in U.S.A. dobbiamo anche renderci conto che di dischi straordinari ne usciranno 10 l'anno per il restante ognuno giudichi non cercando tra le tracce la hit o il grande pezzo ma la passione e l'amore per la musica che personaggi come il nostro Owen Temple riescono ancora a trasmetterci con dischi come questo Mountain Home!