piedaesanzves

lunedì 21 ottobre 2013

Breathe owl breathe - Passage of pegasus



Senza via d'uscita


Un disco ha la sua anima, il suo carattere una sua personalità. Un disco è come un riflesso dell'anima, risponde a quello di cui ho bisogno in un determinato momento della mia vita e continua a farlo perchè dentro di esso avrà sempre le risposte che cerco, può cambiare il tempo, l'età, l'umore, può cambiare qualunque cosa ma un disco per me resterà sempre uno specchio della mia anima. Un disco è fedele, è sincero e non mi nasconde mai nulla. Uno stesso disco può darmi in momenti diversi sensazioni diverse dalla pace alla disperazione, dalla gioia al dolore, da una stretta allo stomaco ad una risata a crepapelle. Un disco paca od ingigantisce i miei stati d'animo, un disco mi fa pensare, mi fa sognare mi porta ad uno stato di consapevolezza di me stesso, della mia condizione che nulla al mondo potrebbe riuscire a fare. A volte mi capita, e questo è uno di quei giorni, di imbattermi in cose come l'ultimo di Breathe owl breathe... che risulta essere devastante... e allora tutto cambia, tutto assume una luce diversa e capisco che quello che pensavo, che credevo e che speravo, oggi non è più valido. Passage of pegasus, questo è il titolo, mi ha resettato, mi ha tolto il fiato è un inizio, è una fine ma non è una risposta, resta sospeso, indecifrabile scolpito sulla mia pelle come una cicatrice che non riesce a rimarginarsi completamente che ascolto dopo ascolto si apre e poi si chiude ed ogni volta mi lascia con le bende in mano a chiedermi perchè continui ancora ad ascoltarlo, perchè nonostante tutto, continui ancora a farmi inondare da lui e quante pareti dovrò continuare a spezzare per arrivare alla sua verità senza continuare a ferirmi senza che un giorno mi invada e l'altro mi getti nella polvere? Un disco che non mi lascia il tempo di sognare perchè subito mi chiude ogni strada che pensavo avesse aperto. Mi è impossibile rinunciare quindi non mi resta altro da fare che continuare a perdere e a perdermi dentro di lui.

giovedì 17 ottobre 2013

Houndstooth - Ride Out The Dark


Io + Houndstooth = Anime gemelle


Ci sono dischi e dischi, quelli che mi piacciono e quelli che non sfango, quelli che ascolto una volta e poi basta e quelli che mi provocano un ascolto compulsivo, quelli che tengo da anni sull'ipod e quelli che non ci stanno ma che vorrei tenere sull'ipod, ci sono dischi stagionali e quelli umorali, si sono i dischi da macchina e quelli da cuffie infine ci sono i dischi che mi si impiantano dentro e sono quelli che preferisco. Il loro funzionamento è simile a quello di un pacemaker, regolano l'afflusso del sangue e fanno battere il cuore assecondando l'intensità delle canzoni, sono quelli che entrano direttamente dalla pancia e soprattutto sono quasi sempre quelli che meno mi aspetterei che lo facessero... bene,  Ride Out The Dark è uno di quelli. Nella mia vita mi è capitato raramente di conoscere una persona e sentire come se la conoscessi da sempre (le volte si contano sulle dita di una mano), con i dischi mi è capitato un po' più spesso... questo è uno di quei casi. Cosa hanno in più Houndstooth? francamente non lo so e altrettanto francamente non mi interessa indagare, so solo che provocano dentro di me un moto di familiarietà, una corrispondenza di un legame inconscio a qualcosa che sapevo esistere da qualche parte e che ora o trovato, insomma una risposta ad una richiesta subliminale. Entrando nel merito, ci sono due brani che sopra tutti gli altri mi fanno aumentare le pulsazioni: Baltimore e You Won't See Me, le restanti 8 mi fanno cadere in uno stato tra il catatonico e l'ipnotico, non hanno nulla di straordinario ma nello stesso tempo non riesco a staccarmi da loro, sono come 8 cerotti applicati su altrettante ferite che restano lì a coprirle a prescindere dal fatto che si siano abbondantemente rimarginate. C'è la chitarra di Thunder Runner che mi rimbalza dentro come un mantra; il mid tempo di Baltimore che mi suscita ad ogni ascolto un sorrisino idiota; il lento incedere di Canary Island che mi lascia come un'equilibrista sulla sua corda in balia del suo ondeggìo con quella sequenza di quattro accordi e la tastiera e la steel ad aiutarmi a mantenere l'equilibrio; la melodia di Bee Keeper che ogni tanto spalanca le sue porte per lasciare filtrare la luce nella penombra che riesce a creare intorno a me; l'apatia contagiosa di Strangers con il suo sbilenco assolo; poi c'è la luce fioca e tremolante di New Illusion che mi attira a sè come una falena attirata da una lampadina; Wheel On Fire è inesorabilmente accattivante, mi ammicca e mi sorride e io cedo irreversibilmente alle sue lusinghe; i 4.51 minuti di Francis potrebbero essere 4 secondi come 4 ore si avvolge e riavvolge su se stessa senza lasciarmi una via d'uscita; la lentezza di Don't I Know You è quasi irritante...eppure..., infine You Won't See Me... il capolavoro del disco, è tutto quello che penso, che sento e che provo, in questo momento sono tutto dentro questa canzone, la adoro.
La voce sembra provenire da un'altra dimensione, da un'altra epoca, le costruzioni sonore richiamano il pop, il paisley underground... ci ritrovo i Velvet Underground insieme ai Belle and Sebastian e i Jesus and Mary Chain le atmosfere sono già sentite, sono cose già vissute eppure è più forte di me, è come se un magnete mi attirasse inesorabilmente verso queste 10 tracce ed ogni volta che tento di staccarmi da loro è li pronto ad aumentare il suo campo magnetico. Sono canzoni semplici, a volte sussurrate, sostenute da hammond, chitarra ed un basso e una batteria coi quali le pulsazioni entrano in simbiosi. La domanda che mi sono autoformulato all'inizio, alla fine di questa sommaria analisi rimane inevasa... cosa abbiano in più gli Houndstooth non lo so, forse niente... fatto sta che questo disco mi piace da morire.


Miami & the Groovers - No Way Back (CD+DVD)

Una magia formato tascabile...




Il silenzio assordante che è calato sull'uscita di No way back è qualcosa di misterioso, incomprensibile ed enigmatico... Quante band indipendenti in italia sono in grado di pensare, realizzare e produrre un CD e DVD Live, di curarne il packaging fin nei minimi particolari e di venderlo a 18€? Amiche ed amici delle Backstreets... io dico che un avvenimento così andrebbe pubblicizzato e consacrato come una ricorrenza straordinaria, ma citando Laozi: fa sempre più rumore un albero che cade di uno che cresce e le grandi cose prodotte dalle band italiane che si spaccano la schiena, che gettano l'anima e che macinano km e km in giro per il paese sono "meno interessanti" di un qualsiasi cofanetto commemorativo con due bonus tracks di un cazzone americano qualunque.
Due concerti nella bomboniera del teatro Comunale di Cesenatico gremito fin nei suoi ultimi posti, tanto calore, tanto entusiasmo e tanta energia per una band che semplicemente porta il r'n'r in giro per farci divertire e che per una volta ha voluto racchiudere tutto questo dentro un contenitore audio e video portatile,  per dare a tutti l'opportunità di poter vivere in qualsiasi momento lo desiderino, un sanguigno concerto.
Le canzoni contenute nel CD non corrispondono a quelle presenti nel DVD che è ricco quindi di altri brani, interviste, dietro le quinte ed entusiasmo di pubblico. Quello che mi ha colpito è che i M&TG sono riusciti nell'impresa più difficile cioè quella di riportare le emozioni in 4D dentro un supporto 2D, vi sono riusciti quasi totalmente, l'unica mancanza è quella delle storie di Lorenzo, qualcosina in più l'avrei inserita... per il resto direi che il tutto si presenta molto bene, molto buoni i suoni, belle le riprese fatte dal Merlo Produzioni e una grafica stilosa curata come sempre con grande attenzione dallo Studio 75. Le canzoni le conosciamo tutti, molti a memoria come si può vedere dal video, con quel pizzico di "live" che le rende ancora più vive e pulsanti. Un concerto lascia sempre qualche cosa di più di un ascolto di un disco in studio in macchina o in cuffia e le canzoni per un certo verso appaiono sempre un po' più magiche, bene, quella magia la si può trovare dentro No Way Back, un raro esempio di come le cose possano essere fatte bene e che non occorre prendere un aereo per trovarne di migliori, a volte basta usare i piedi, e il cuore. No Way Back è per non dimenticare, per cantare e perchè no... per emozionarsi ancora ed ancora.


martedì 4 giugno 2013

L'autoanalisi di prima mattina...


Questa mattina il Gr di Radio24 delle 7.00 ha ricordato che sono passati 28 anni da quando Springsteen suonò per la prima volta in Italia a Milano. Ho pensato a me 28 anni fa in quello stadio, un universitario di belle speranze, spensierato, con la musica nella testa e con tante idee (a volte bislacche). Mi guardo, 28 anni dopo e mi scopro ad avere esattamente come allora ai piedi un paio di Nike, addosso un paio di jeans sdruciti e tagliati, una tee ed uno zaino in spalla. Continuo ad avere idee (a volte bislacche), delle speranze e la musica sempre in testa. Apparentemente (capelli a parte) non sembra essere cambiato niente a parte il fatto che sono diventato grande, ho un lavoro, una moglie, un figlio e una vita alle spalle e quel signore con la bandana in testa per il quale 28 anni fa avrei dato tutto pur di poterlo vedere suonare ora mi regala solo una enorme tristezza. Sono cresciuto essendo me stesso, facendo enormi cazzate ma anche tante cose giuste, la musica che ascolto si rinnova giorno dopo giorno e le emozioni che mi regala sono sempre quelle belle che mi ha sempre regalato, se nell’85 erano i Prefab Sprout, ora sono i British Sea Power... credo di essere un figlio del mio tempo, a volte mi piace giocare con i giochi dell’Intellevision ma non vedo l’ora che esca l’XBOX One per poterci giocare ore ed ore con mio figlio, a volte mi capita di ascoltare Lloyd Cole, Smiths, Springsteen ma poi dopo quel momento mi metto a ballare con Phoenix, a sognare con Noah and the Whale e a cantare con i Guards. Certe cose mi hanno fatto crescere, non le rinnego, sono parte di me e lo rimarranno per sempre, ma ora sono un altro, tutto quello di cui ho bisogno è di vivere ora e qui, non ho bisogno di riti collettivi o di ricordare i bei momenti passati o le emozioni di adolescente per sentirmi vivo, sono vivo e sono qui (questo però lo diceva già Baglioni...) l’unica domanda che mi pongo è: ma come dovrebbe vestirsi un quasi cinquantenne? non lo so... io continuo a mettere le mie Nike col baffo azzurro, i jeans sdruciti e tagliati, una tee e  lo zaino in spalla e continuo a vivere di questo tempo in questo tempo.

sabato 23 febbraio 2013

Mojo Filters - The Readhill Songs

Romano Farina Photo


Rock on the tracks

Uniti sotto un'unica stella, quella del r'n'r! La parola globalizzazione che fino a qualche anno fa riempiva la bocca di tanti e di troppi ora sembra essere diventata una parola Tabù. Per fortuna il nostro mondo è fatto di note e in questo universo fatato quando la musica è buona ed è rock suonato come dio comanda non si fanno distinzioni di sesso, di razza, di lingua e di nazionalità. I Mojo Filters sono italiani e la cantano e la suonano che è una meraviglia. Chitarre affilate come lame di rasoi, assoli che penetrano nella carne come coltelli e voce che incide come un bisturi... non è una sala operatorie è semplicemente The Readhill Songs. La musica proposta da Mojo Filters si può identificare con la parola Rock nella sua accezzione più ampia, i nostri ripercorrono le strade di una musica che vive e pulsa fin dagli anni '70, una musica che continua a regalare le stesse emozioni da più di 40 anni. Quello che mi fa veramente incazzare è come questo tipo di musica, non possa trovare un suo spazio in italia, quando in tutto il resto d'europa e del mondo è tra le più apprezzate e ricercate. Mi domando come band come Mojo Filters e Cheap Wine (per fare i primi due nomi che mi vengono in mente) debbano cercare spazio in lande straniere quando "fior fior" di giornalisti collocano band statunitensi, per la maggior parte delle volte di livello inferiore alle nostre, come nuovi astri nascenti del rock. Ma se uno è nato in italia è obbligato per forza a cantare in madre lingua per essere tenuto in considerazione? L'assurdità di vivere in un paese come il nostro rende ciechi su quanto questo disco possa porsi a livelli ben più alti se posto a confronto con più blasonati e super considerati concorrenti d'oltre oceano come Rival Sons.
The Readhill Songs è un grande disco, al suo interno vi sono talmente tanti ingredienti che per coglierli tutti non basterebbe un'intera giornata di ascolto continuo. Porsi davanti a questo disco con l'atteggiamento di chi dice: ecco un altro disco di una band rock italiana che canta in inglese è l'azione più arrogante, saccente e superficiale si possa compiere. Ogni brano è un piccolo gioiello, per la cura  e l'attenzione ad ogni minimo particolare, per la scelta degli strumenti e per il giusto equilibrio che porta con sè. L'assolo di The black ship o di Closer to the life non ne sono che un piccolo esempio e poi i fiati di Beautiful June Day, una di quelle songs da ascoltare a nastro per quanta poesia porti racchiusa dentro di se. I mojo Filters ci mettono l'anima e questo si coglie in ogni accordo e in ogni nota del disco, questa musica è la loro vita e riescono nell'impresa più difficile per qualunque gruppo al mondo, quella cioè di riuscire a passare quello che sentono, quell'amore viscerale che provano per la musica, a chiunque li ascolti. The Readhill Songs mi sta regalando emozioni dai sentori ancestrali, senza andare nel passato più remoto ho qui, ora, tra le mie mani un disco che è rock, suona rock e parla di rock a chiunque sia disposto ad ascoltarlo.




venerdì 22 febbraio 2013

Hernandez & Sanpedro - Happy Island



Adriatic Coast Sound

La scena rock e cantautorale che una volta era di casa sulla via Emilia, in questi ultimi anni si è trasferita definitivamente tra la Romagna e l'Adriatic Coast. Ultimi arrivati ad aggiungersi al nutrito gruppo sono Hernandez e Sanpedro. Il loro Happy Island è un'opera prima fatta di pezzi originali, ricca di riferimenti e di belle canzoni, ben arrangiate e suonate. Come ogni esordio risente delle influenze che i nostri si portano dietro nel loro bagaglio costruito da tanti concerti live dove hanno reinterpretato cose di Neil Young, Pearl Jam, Bruce Springsteen, Jayhawks, Rem... Folk rock nella sua espressione più pura dove si intravedono echi di West Coast (The Hardest Part), sferzate di energia (Turn On The Light), tra Western e R.E.M (Don't Give Up On Your Dreams), un disco di Americana allo stato brado.
Ci sono poi le ballate che ben si alternano e si amalgamano alla perfezione nella playlist costituita di 10 brani, evocative e mai scontate che elargiscono una buona dose di pathos.
Il disco si ascolta che è una bellezza e porta una ventata di aria fresca che, anche se già respirata tante volte, non odora di stantio perchè trasmette la tutta voglia e tutta la gioia di fare musica di Luca "Hernandez" Damassa (voce solista e chitarra acustica e Mauro "Sampedro" Giorgi (chitarra solista e cori).
Happy Island è proprio un'isola felice per chi come me ha una certa età ed è cresciuto ascoltando questi suoni, ma resta un buon biglietto da visita per chi, più giovane, si volesse addentrare nelle storie di una musica che ha costruito una storia. Inserito nel lettore cd dell'auto, il disco si ascolta che è una meraviglia, anche se la "morte sua" è ascoltarlo in cuffia, in riva all'adriatico con il sapore del sale e l'odore del mare, sferzato dal vento che mi immagino possa portare queste note dalla nosta "coast" dove nella seconda metà dell'800 si suonava musica con gli stessi strumenti che dall'altra parte dell'oceano avrebbero poco più tardi dato origine a queste armonie che ritroviamo ora in Happy Island.


giovedì 21 febbraio 2013

Daniel Pearson - Mercury State


Smoke for the soul

Non è possibile e non è neppure legale che possano mettere in commercio dischi come questo Mercury State. Come minimo dovrebbero scriverci sopra "Attenzione crea assuefazione". Fu così che... incominciai ad ascoltarlo un po' alla volta, come quando da adolescente ho comperato il primo pacchetto di Marlboro da 10, la prima è per provare,  per vedere che effetto fa, per assaggiarne il sapore, per sentire cosa c'è di particolare nell'aspirare fumo, così è stato per Factory Floor, una boccata di fumo che mi ha riempito i polmoni, mi ha tolto il fiato, quel fumo rarefatto di note dentro di me che non volevo più fare uscire, che ho cercato di trattenere fino ad esplodere fino a che non ho assaporato quel gusto amaro ma tanto affascinante che mi ha lasciato la voglia di continuare... La seconda è per vedere se è come la prima, ma Promises non è così, è elettrica, sto imparando ad aspirare e questa mi graffia la gola ed ha un sapore diverso, sto incominciando a prendere una certa confidenza. La terza mi provoca il classico capogiro, la vista si annebbia e devo sedermi per poterla finire tutta, I Still Believe è proprio una bella botta, fatta solo di piano e voce, ho lo stomaco sotto sopra e mi dico, basta, non posso star male così per una canzone, quattro accordi e una manciata di parole non possono ridurmi come uno straccio, la lascio consumarsi tutta, fino in fondo, fino a bruciarmi l'indice ed il medio. Fumare è anche cool, e Hard Time è una soundtrack più che adatta all'occasione, così la quarta mi fa guardare il mondo dall'alto verso il basso, io con questa sono fico, nulla mi può accadere e soprattutto riprendo coscienza di me stesso e incomincio ad avere consapevolezza del mio nuovo status e, detto sinceramente, mi piace assai. Accendo la quinta e il mondo intorno a me ha tutto un altro aspetto, ormai sono un fumatore di Daniel Pearson, il sapore di  Rat Race si mischia ad altri sapori conosciuti, mi è familiare, mi rassicura, sono presente, sono io, mi muovo disinvoltamente, sono a mio agio. I problemi insorgono con la sesta, perchè All is not lost mi toglie il fiato, mi porta sull'orlo di abbandonare il mio nuovo status, fa troppo male, preme sul petto, mi fa tossire, mi spinge fuori qualunque cosa trattenessi dentro di me, mi fa piangere e il fumo e le lacrime scopro che vanno molto, ma proprio molto d'accordo. Quando ho un pacchetto di sigarette che stanno per finire, non mi preoccupo perchè non penso a quelle che ho già fumato, ma ottimisticamente a quelle che ancora mi restano con le quali, riuscirò a finire la giornata e così la settima è Medication che mi risolleva e mi fa provare il fascino di una corsa in auto col finestrino aperto e mi fa sentire tanto James Dean e mi fa sentire di nuovo il padrone del mondo. Non so per quale associazione particolare ma la zighi col caffè è uno dei momenti che preferisco, un momento bello che mi da più piacere degli altri, così l'ottava, Old Friends, ha il gusto delle cose belle, dei buoni ricordi, di quei momenti che non dimenticherò mai, un volto, un attimo, uno sguardo, un gesto sono tutti lì, in quello sbuffo di fumo che odora di caffeina che si innalza verso l'alto come una richiesta di aiuto, nella speranza che quei momenti non finiscano mai e che possa viverne tanti, tutti i giorni. La nona è quella dei pensieri, dell'attesa, fumo Lights appoggiato ad una colonna, lo sguardo fisso all'orizzonte a veder scorrere la vita e a fare i conti con il passato ed il presente fregandomene del futuro, si consuma in fretta, forse troppo, come non avrei voluto che accadesse, mi sarebbe piaciuto fosse durata in eterno, come una boccata senza fine. Io mi perdo dentro di lei a gustarmi ancora e ancora, il suo odore e il suo sapore... ne vorrei ancora ma sono finite perchè la decima sigaretta, ho pensato di offrirvela, consideratela come un invito all'ascolto di questo Mercury State, ma attenzione, come ho già detto provoca assuefazione e gravi malattie gastro-cardiache ma solo a coloro che sanno respirare la musica a pieni polmoni...


giovedì 14 febbraio 2013

Plantman - Whispering Trees


Io, un po' Dorian Gray...

Non so quale sia esattamente la mia risposta addominale e neuronale ad alcuni tipi di sollecitazioni, mi rendo conto che tanto più mi voglio allontanare con forza da qualcosa con la mente, tanto più la mia pancia esercita una forza pari e contraria per farmi tornare dentro. Forse è una situazione comune a tante persone ma per quel che riguarda il mio caso, le mie ossessioni prendono il sopravvento su tutto ed irrazionalmente ecco che, immancabilmente imbocco il tunnel nel quale rimarrò per certo intrappolato a lungo e più fa male, più è buio e più è pieno di curve più io, incomincio ad abitarvi. Purtroppo o per fortuna, a volte purtroppo... è così per tutto e capita che in un certo periodo della mia vita, un determinato anno in un determinato giorno, arrivi inesorabilmente un disco, acquistato per essermi invaghito della copertina, a farmi crollare emotivamente, che riesce a gettarmi nella più completa e perfetta ascesi emozionale. Wispering Trees è la risposta a tutto, è l'insieme delle aggrovigliate emozioni, è le parole che non riesco a dire, è la sintesi dei miei pensieri, è il mio io riflesso nella sua musica, nelle sue parole... tutto quello che sono e che voglio essere ora è qui, racchiuso all'interno di queste 15 canzoni che sfiorano l'anima, accarezzano il cuore e rassicurano la mente. Cosa sia non lo so, ma ancora una volta la musica è la risposta a quello che vorrei esprimere a quel groviglio di pensieri, emozioni e sentimenti altrimenti senza sbocco alcuno, non è un disco liberatorio, è un disco che mi comprende, mi abbraccia e mi fa sentire in pace con il mio modo, non posso lasciarlo, mi tiene incatenato, in queste canzoni io ci sono, io esisto, fuori di queste sarei perduto. Forse, anzi certamente, l'intento iniziale di Matt Randall non era questo ma chi "spaccia" emozioni sa che chi è dall'altra parte poi coglie quello che lo colpisce di più e in questo disco io sto male ma sentire di stare male mi fa stare bene... ed è così, che dopo i primi tre accordi di Away With the Sun, ho già lo stomaco strizzato e fatco a deglutire e provo quella sensazione gratificante di non aver bisogno di spiegare niente a chi mi sta di fronte perchè sento che, anche senza parlare, mi ha già capito. Spirit Or Spell mi prende sotto braccio e mi porta in un bel parco dove il vento asciuga le lacrime, dove posso incominciare a respirare dove incomincio a realizzare di aver trovato conforto. Sto per proferire parola ma The Bitter Song lo fa per me perchè è la mia storia, perchè sta raccontando di me. Continuiamo a camminare e mi sento sollevato a poter emettere il primo respiro profondo grazie a Stickman, sorridere mi risulta complicato ma Whispering Trees mi mette addosso una certa euforia, di quelle che mi fanno anche compiere qualche goffo tentativo di muovere passi di una danza sconclusionata ma in un certo modo, liberatoria. You Wear the Crown mi riporta alla consapevolezza ed alla confusione, in quell'alternanza di coscienza ed incoscienza che mi è propria in questi momenti. Crackles mi rigetta nei miei vent'anni ed è un ricettacolo di ricordi confusi, di progetti iniziati e mai finiti, di momenti di vita passata vissuti con un impeto e un'incoscenza che rimpiango di aver smarrito col tempo. Così mi raggomitolo ancora con Doves Tail che traduce le occasioni perdute, quelle mancate, gli errori commessi, i dolori provati e le gioie vissute in un tremendo uppercut che mi lancia a terra, tramortito. Con Lunaria potrei trovarmi in ogni dove, in un qualsiasi momento della mia vita, Lunaria sono io, perso nelle centinaia di migliaia dei miei pensieri e delle mie emozioni che non trovano pace ed è proprio Old Ghosts (ironia della sorte) a rievocare tutti i fantasmi del passato e a far rivivere tutti gli errori compiuti e le situazioni irrisolte dalle quali non posso o forse non voglio uscire. May (Safe Hearts) è il riassunto di tutto quello che vorrei dire, è un mantra che mi tormenta,  rappresenta tutta la mia incapacità di spiegare tutte le mie sensazioni contrastanti, il mio bianco ed il mio nero senza essere in grado di tracciare la benchè minima sfumatura di grigio, pur pallida che possa essere. Come può un disco raccontare così di me? come può una canzone stravolgermi a tal punto come Sleep On a Cloud? La musica non mi da risposte, mi compenetra, mi rende quello che sono, è contemporaneamente il mio eso ed endo scheletro, è la mia pancia ed è il mio cervello, è l'aria che respiro, è la gioia che provo ed è il dolore che sento Widescreen Heart è il mio esatto riflesso. Mi sento un Dorian Gray del terzo millennio ma per mantenermi vivo non ho bisogno del mio ritratto ma della mia immagine che trovo riflessa nella musica. Vini è il cuore che batte, è la paura, è l'ansia, è l'adrenalina che sale, è il desiderio di poter raggiungere qualcosa di straordinario ma sapere che non potrà essere, è rabbia, è frustrazione, è disperazione ma è anche ciò che è giusto fare ma so per certo che non riuscirò mai a razionalizzarlo... è come la pancia fuoriuscisse dal mio corpo. Melodica Forest è rassegnazione, è consolazione, è presa di coscienza... è la cosa giusta, è la strada che ho scelto verso la pace... ma è anche la fine del disco e so che dopo la fine c'è di nuovo l'inizio ed ecco che ricomincia tutto daccapo e Away With the Sun è già al suo terzo accordo, ed allora tutto ricomincia e non avrò forse mai pace o almeno fino a quando non troverò un altro disco nel quale perdermi, nel quale cercarmi, nel quale ritrovarmi, nel quale chiudermi in un abbraccio così intimo che non ho assolutamente più intenzione di sciogliere.


mercoledì 6 febbraio 2013

Eels - Wonderful, Glorious



Cast Away

Non so perchè ma quando ascolto qualcosa partorito dalla mente di Mark Oliver Everett ho come la sensazione di rtrovarmi sempre nei panni di un Robinson Crusoe naufrago su di un'isola deserta con tutte le ansie, le paure, le scoperte e le angoscie che questo comporta. Con ogni loro nuova uscita, gli Eels, mi lasciano perennemente spiazzato, è vero che alcune cose si ripetono come un marchio di fabbrica, ma quell'accordo che non mi aspetto, quei vuoti e quei pieni improvvisi mi fanno sentire come se dietro ogni cespuglio, ogni pianta, ogni duna di quell'isola non sapessi mai cosa aspettarmi. Insomma so che forse troverò cose che nella mia mente logicamente mi aspetterei di trovare ma quella sensazione di inaspettato, di ignoto rimane sempre e così, armato del solo machete, non mi resta altro da fare che innoltrarmi nella boscaglia che a volte lascia tutto al buio ed altre invece regala sprazzi di luce accecanti. Sballottato sulla sabbia umida mi ritrovo avvolto nell'atmosfera magica di Bombs away, incalzante tesa, cupa colma di ansie, se non fosse per quei momenti di quiete che lasciano aperta una inconscia speranza mi perderei nella disperazione del momento, ma proprio quegli attimi mi fanno pensare ... sono qui... mi troveranno. Kinda Fuzzy è intrigante, incute una curiosità quasi morbosa, è furba ed accattivante se non per quelle inquietanti pause nelle quali la voce di Everett sembra provenire da un punto imprecisato che sono incapace di discernerere se sia dentro o fuori di me. Accident phone è il momento che arriva dopo lo shock iniziale, è una presa di coscienza del mio status e mi vedo sulla sabbia asciutta al sole, ansimante mentre cerco di raccogliere i miei pensieri e di farmi forza, è l'incoscienza del momento che viene l'istante seguente polverizzata dal ritmo martellante di Peach Blossom, è ora di incominciare ad esplorare, ecco la sensazione della macchia che si fa a volte più fitta e più buia, altre lascia spazio a radure assolate che mi infondono il coraggio di proseguire. On the Ropes è dapprima un rumore di un ruscello che proseguendo, diventa concretamente pura acqua di sorgente dalla quale posso dissetarmi a piene mani, purificare il mio corpo e togliermi di dosso il sapore del sale, è acqua dolce, fresca e cristallina. La pace interiore appena conquistata viene presto disattesa dall'arrivo di The Turnaround, languida ballata che mi porta a riprendere coscienza del luogo in cui mi trovo, devo compiere una scelta, quella se abbandonarmi totalmente all'oblio che mi provoca o se continuare ad affrontare nuovamente il cammino alla scoperta dell'isola. Voto per la seconda opzione e New Alphabet mi ritrova divertito a menare fendenti con rabbia e disperazione e nello stesso tempo mi lascia spazi per riprendere fiato e per chiedermi se valga veramente la pena proseguire. Stick together alza i battiti cardiaci, è corsa, è affanno, è un cane che si morde la coda è paura di non approdare a niente... sto per impazzire, corro e grido. Il sole sta calando, sta arrivando la notte, mi sono perso e sono al culmine di un dirupo, mi siedo a contemplare le prime stelle e insieme a queste  l'orizzonte che piano piano sta diventando un tutt'uno con il mare. Penso alla mia vita, con True Original, sento riaffiorare dentro di me solo pensieri belli e in questi trovo conforto, la mia vita ora è tutta qui con me, mi commuovo e piango a dirotto. L'oscurità mi ha avvolto completamente, Open my Present è un fuoco che arde, è la speranza che si fa strada nella disperazione è la mia occasione per farmi notare da quella lontana luce tremolante che, tra le tante che scorgo nel cielo, sembra diversa, sembra essere quella di una nave. You're my friend è un'attesa, l'attesa di essere visto, l'attesa di essere raccolto, è l'attesa che la promessa che porto dentro di me, di cambiare tutte le cose che non vanno nella mia vita, potrà avverarsi. La luce tremolante si fa sempre più vicina e distinta, I Am Building a Shrine mi gonfia il cuore, mi trasforma, mi fa credere di poter essere quello che non sono mai potuto o voluto essere, per mille motivi, e mi regala la salvezza. Mi hanno visto, mi getto a perdifiato giù per il dirupo, i piedi che fanno male, le gambe che tremano, la discesa sembra interminabile, io che urlo finalmente sulla spiaggia, il cuore che batte all'impazzata e finalmente, al minuto 2.10 di Wonderful, Glorious, ecco arrivare la tanto agognata salvezza! Vengo illuminato, trovato, salvato riscaldato, mi viene data una nuova opportunità, la mia vita riprende. Riuscirò a mantenere la promessa o tornerà ad essere tutto come prima? Questo sta a me deciderlo, vivere ogni momento come se fosse l'ultimo, vorrei fosse così... e così sarà. Ora, qui, ne ho la certezza.
Scrivere recensioni? no, non ne sono portato! Trasmettere sensazioni... quello ci provo... spero arrivino! Ancora una volta grazie E... per tutto.

N.B. Le 13 tracce fanno parte del disco ufficiale. Nella versione deluxe è presente un secondo CD con 4 inediti ed 8 tracce live. Vivamente consigliata.



martedì 29 gennaio 2013

Mattew E. White - Big Inner


Anche da adulto faccio oooh

Fin quando continuerò a meravigliarmi come un bambino davanti ad una cosa nuova, possa questa essere il mare, una conchiglia, i fuochi d'artificio o il pongo... vorrà dire che sono ancora vivo. Lo stupore che provo ogni volta che ascolto un disco è una stilla di vita e di gioia che mi fa essere più vivo che mai e un grido di stupore (oooooh), lo emetto veramente ogniqualvolta mi si presentano dischi come questo. I riferimenti musicali presenti in questo Big Inner sono tanti e potrei perdermi cercando di annotarli tutti, quindi non penso a quanti e quali gruppi si ritrovino in queste canzoni, quanto alle reminescenze care ed alle amate sonorità che hanno accompagnato la mia vita. Per utilizzare ancora a paragone l'animo dei bambini, l'esempio che più si avvicina a quello che provo è legato ai peluches.
Da piccolo avevo i miei animaletti, non erano soffici e morbidi come quelli di oggi, anzi erano fatti di fil di ferro e paglia, ma l'importante non era la sofficità, quanto poterli avere accanto. Ora quegli animaletti, ai quali avevo affidato nomi improbabili, giacciono chissà dove ma riguardando l'attaccamento che mio figlio ha avuto ai suoi, ecco che capisco che non mi mancano i miei peluches ma attraverso i suoi, riesco a rivivere il mio attaccamento verso i miei; è quella sensazione che non mi abbandonerà mai, quella intimità tutta mia che avevo costruito con i miei pupazzi, una cosa unica ed esclusiva,  un meccanismo all'interno del quale nessuno poteva entrare, lo stesso che riesco da sempre ad instaurare con la musica alla quale rivelo cose così intime e collego emozioni che riaffiorano quando ascolto qualcosa vicino ad un certo sound. Quindi non è nostalgia, non è rimpianto, non è ricordo, è solo ri-vivere di nuovo quelle emozioni, provate più volte in un periodo diverso della mia vita, sentirle più vive che mai, semtire che mi mancano ma avvertire che sono le stesse, che posso ancora provarle, emozioni che assumono colori e sapori diversi ma che producono lo stesso calore e lo stesso abbraccio di sempre. Mi continuo a stupire per sonorità nuove e vecchie e per dischi come questo che trasudano un amore viscerale per la musica che mi penetra in profondità, che mi riempie, che mi lascia con la paura che possa finire ma con la certezza salvifica che questa musica c'è e rimarrà sempre accanto a me.



venerdì 25 gennaio 2013

Un omaggio ad un grande uomo libero





Avevo 10 anni, in casa mia c’erano 4 dischi: Azzurro di Celentano (classico), La buona novella di De Andrè (che non sono mai riuscito ad apprezzare),  Jannacci Enzo di Jannacci (adorabile), e Far finta di essere sani di Giorgio Gaber.

A quell’età non potevo capire la musica ed i testi di quel disco, ma me ne innamorai perdutamente fino a consumarlo, fino a conoscerne persino i click dovuti dall’usura degli ascolti.

Crescendo quell’amore si è amplificato ed è maturato, ho incominciato a comprenderne i testi e quelle canzoni e quei monologhi mi hanno fatto entrare in sintonia con quell’uomo che diceva delle cose col sorriso sulle labbra, ma cose vere che dicevano dell’uomo, dicevano di me, descrivevano le paure, le emozioni, le senzazioni, le gioie e la rabbia che sono dentro ognuno di noi. Mi ci sono ritrovato, mi sono scoperto, mi sono aperto al mondo e in quelle parole e musica ho trovato insegnamento, confronto, consolazione e una grande affinità.

Ho avuto la fortuna di sedermi ad un tavolo con lui e quell’ora passata in sua compagnia me lo ha rivelato per quello che pensavo fosse, un uomo libero, con tutti i limiti, le fobie e i sogni di ognuno di noi ma con una lucida lettura dell’uomo, della vita e del contesto temporale e sociale in cui era immerso. A distanza di anni le sue canzoni sono rimaste attuali e vive, nel tempo, riproponendole nei suoi spettacoli, ha cambiato alcune parole, alcuni nomi per poterle contestualizzare ma le canzoni ed i temi trattati, quelli, sono rimasti vivi e veri a tutt’oggi. Raccontava con parole e musica, parlava dell’uomo leggendosi dentro, guardandolo dal di fuori, una volta ha immaginato di essere dio, rideva, ci giocava sopra facendomi sorridere, gettandomi nello sconforto, lasciandomi a bocca aperta a meravigliarmi di qualunque parola, nota bassa, gesto uscisse da quel suo esile corpo.

Ho partecipato ad alcuni dei suoi spettacoli e non dimenticherò mai i suoi movimenti, le sue smorfie e quella voce che ti entrava dentro, una voce che più volte mi è venuto da paragonare alla schiuma della sua Shampoo, una voce dentro la quale era facile abbandonarsi e lasciarsi trasportare. Giorgio Gaber mi è stato da maestro per 40 anni e continuerà a farlo, non posso dire se grazie a lui ora sono un uomo migliore, ma sicuramente Giorgio Gaber ha contribuito in maniera massiccia a fare di me quello che sono, a darmi una lettura della realtà e del grande cosmo umano, sicuramente senza di lui sarei un uomo diverso e per questo lo ringrazio infinitamente, è e resterà una delle figure "pilastro" della mia vita.

Grazie G.




Para(disk)noyd!




A volte sono preso dallo sconforto al pensiero di avere di già ascoltato tutto quanto di bello la musica aveva da offrire e questo accade, ogni gennaio, da più di trent'anni. Ho il terrore che non ci sia più niente di bello da ascoltare, che le combinazioni infinite di quelle benedette dodici note (compresi i diesis e i bemolle), non siano poi tanto infinite e che alla fine ci si possa appiattire in un monotono ronzio di sottofondo. Mi chiedo per quanto tempo si potrà continuare a creare musica, se sia questo l'anno in cui tutto finirà, se ci sarà mai più qualcosa che mi potrà emozionare, esaltare, commuovere, darmi piacere... ed ogni anno, come per magia vengo sommerso e ricolmato di suoni, colori, emozioni, sensazioni che mi restituiscono la speranza e la vita.

Non so se un giorno la musica finirà, forse si, ma ho ancora un intero anno per godermi quello che gruppi e cantanti, noti, meno noti, emergenti, sconosciuti, ritornati, emarginati hanno da offrirmi e regalarmi, tanta musica e tanti dischi da scoprire, dischi da ascoltare, dischi dei quali innamorarmi, dischi per piangere, dischi per ballare, dischi per pensare, dischi per ricordare, dischi per sperare, dischi per guidare, dischi da programmare, dischi da condividere, dischi per respirare, dischi per sfogarmi, dischi per affrontare i momenti belli, dischi per camminare, dischi per cantare, dischi per affrontare i momenti brutti, dischi per sconfiggere la noia, dischi per addormentarmi, dischi per svegliarmi, dischi per gioire, dischi per urlare, dischi da far conoscere, dischi attraverso i quali poter parlare, comunicare quello che provo e tutto quello che realmente sono, che alla fine, riesco a trasmettere solamente con la musica.

Grazie a tutti quelli che mi hanno regalato musica, a tutti quelli che continueranno a farlo e a tutti quelli che condivideranno insieme a me le stesse emozioni.

I primi dischi del 2013 sono arrivati... e adesso posso davvero augurare a tutti un BUON ANNO!

giovedì 24 gennaio 2013

Keaton Henson - Dear


Nessuno uscirà vivo da qui

Keaton Henson mi ha strappato l'anima. Disarmante e lacerante. Dear ascolto dopo ascolto, mi svuota completamente, mi prosciuga, mi lascia come una marionetta senza più fili a sorreggerla, mi squarcia lasciandomi agonizzante e nonostante questo non riesco a smettere di ascoltarlo. Come può un disco avere un effetto tale su di me, come può la musica suscitare emozioni tali da condizionare i miei pensieri e le mie azioni, come posso sfuggire a tutto questo? Come una barca alla deriva dopo una tempesta in balia dei venti e delle correnti, come uno degli alberi che oggi vengono scossi dal vento e colpiti dalla pioggia senza potervi opporre resistenza, come un gelo che mi stringe sempre più nella sua morsa, come una forza esterna che comprime tutti i miei principali organi interni... eppure non riesco a farne a meno, non riesco a smettere di ascoltarlo. Ho come l'impressione di provare un piacere sadico nel farmi scorticare a sangue dalle canzoni di Dear, nell'abbandonarmi anima e corpo al suo incedere e nell'annullarmi completamente dentro la sua musica ed alle sue parole. Keaton è un artista, un illustratore, ha fatto solo un unico concerto nella sua vita che non è più riuscito a bissare a causa delle sue crisi di panico, in questo disco non doveva dimostrare niente se non che ha aperto il suo cuore e squarciato il mio. La voce di Keaton mi pervade, mi penetra, mi sussurra e trasmette emozioni indescrivibili, la chitarra, utilizzata per lo più in fingerpicking, insieme ad altri pochi strumenti è una lama che penetra dolcemente nella carne, non ne avverto il dolore se non quando, alla fine dell'ascolto, mi ritrovo ogni volta, irrimediabilmente, con ferite aperte brucianti e pulsanti. Keaton parla di sè in maniera pura, diretta, incontaminata, apre il suo cuore, la sua anima e lascia che le sue emozioni, le sue paure, le sue senzazioni entrino dentro di me come in una trasfusione sanguigna da vena a vena. Questo disco mi fa paura ma ne sono allo stesso tempo attirato, affascinato ed estasiato, pura poesia musicale, di quella che non ascoltavo da tempo, di quella che non lascia scampo di quella che mi può far pronunciare la frase "nessuno uscirà vivo da qui".



lunedì 7 gennaio 2013

Quei soliti 10


Quante più classifiche dei migliori dischi del 2012 leggo tanto più mi sorge spontaneo domandarmi che cosa sia cambiato negli ultimi 30 anni di musica.
A che serve che qualche trentenne (tipo Kristian Matsson) continui a fare dischi se i primi 10 posti della classifica sono sempre occupati da settantenni, sessantenni e cinquantenni?
E che gli stessi vengano citati in ognissanta recensione dove si parli di qualche giovane artista emergente?
Mi chiedo se manchi il coraggio di esporsi troppo confessando che piacciano alcuni dischi che si distaccano dall'ortodossia imperante o se ci sia comunque il bisogno di rimanere legati a vita sempre alle stesse figure, agli stessi suoni e alle stesse nenie, incantati a riascoltare a nastro una fiaba rassicurante, sempre quella per migliaia di volte, come accade quando siamo piccoli.
Insomma, mi piacerebbe leggere di dischi che mi sono perso, che per altri sono stati significativi, dischi per i quali rischierei anche un acquisto ad occhi chiusi.

Forse questo non accadrà mai, forse mi illudo che possa succedere, forse sono l'uomo più reazionario e conservatore del mondo... ma cazzo dietro quei dieci posti c'è un universo musicale che si muove, che ricrea, che reinventa, che sputa l'anima, che ci prova nonostante le distribuzioni scalcagnate, le autoproduzioni a costo bassissimo, i locali che pagano sempre meno, ci prova e regala emozioni, io cerco qualcosa di diverso da quei soliti 10, vi chiedo solo di dirmi se c'è quel qualcosa o se sto sbagliando tutto. Grazie.



giovedì 25 ottobre 2012

The Wallflowers - Glad all over


Una irresistibile forza gravitazionale

Leggere certe recensioni mi fa ribollire il sangue nelle vene. Ricondurre la musica a somiglianze con questo o quell'artista può starci per un gruppo al suo primo disco ma non certo per chi, come i Wallflowers, ha alle spalle una carriera di tutto rispetto. Detto ciò, siccome non sono un giornalista, mi domando che cosa ci si aspetti che qualcuno inventi nel campo della musica nel 2012, io mi aspetto solo delle belle canzoni e qui ne ho trovate ben 12. Visto la lunga assenza dalle scene, Jakob e i suoi, credo abbiano sentito l'esigenza di un paio di pezzi che potessero girare nella fascia di alta rotazione nelle radio, brani che comunque, rispetto al flusso mono tono proposto dalle emittenti radiofoniche, si distinguono alla grande dalla massa. Per il resto la voce di Jakob è rimasta una voce che mi emoziona, un marchio di fabbrica di Wallflowers che con Rami Jaffee, Greg Richling, Stuart Mathis e Jack Irons ricompongono per 3/5 la stessa line-up della prima incisione.
Il disco mi suona dentro, l'apertura con Hospital for Sinners è nervosa e mi mette addosso subito una grande curiosità, la voce incide solchi, la band fa andare alle stelle il cardiofrequenzimetro, una galoppata verso un nuovo inizio. Misfits and Lovers (feat. Mick Jones) è un grande pezzo, la vena non si è smarrita, Dylan jr. sa scrivere ancora e lo fa sentire subito, ho come l'impressione che la band abbia voglia di dire: "eccoci, siamo tornati, ascoltaci, siamo gli stessi che sei venuto ad ascoltare nel '96, abbiamo la stessa voglia e la stessa energia", e dal mio cuore si innalza spontaneo un grande grazie. First One in the Car mi fa impazzire, la voce, la tastiera, quelle pause, le ripartenze e i crescendo sono quelli che mi hanno sempre fatto parteggiare per i Wallflowers. A questo punto ho già gli occhi chiusi, sono seduto al centro della 6th Avenue ma intorno a me vedo solo grandi prati verdi e cieli azzurri e potrebbe accadermi qualunque cosa che non me ne accorgerei e sento che mi sono mancati profondamente. Jakob commuove, tocca il più profondo dell'animo, è viscerale, e disarmante, lo adoro. Reboot the Mission (feat. Mick Jones) è un pezzone che vorrei ascoltare a tutto volume con una Impala decapottabile del '59 e fermarmi ai semafori a giocare con gli ammortizzatori truzzi e farla dondolare a ritmo. Qualcuno ha definito It's a Dream una canzonetta... mah!!! dal mio counter di iTunes mi risulta di averla già passata in radio almeno 4 volte in meno di un mese e sfido chiunque a tirare fuori qualcosa di questo tipo con 3 accordi... geniale? no! dannatamente semplice ed accattivante impossibile da non assecondare, cammino e vado a tempo, sono seduto e mi muovo a tempo, guido e sbanco il contachilometri... contagiosa!!! Con Love Is a Country mi rendo definitivamente conto che non sto vivendo un sogno e che i Wallflowers sono tornati, ho visioni lisergiche, tutto mi ruota vorticosamente intorno e vedo fiori e colori mischiarsi come in un enorme caleidoscopio ed io a godermi tutta la potenza di una canzone meravigliosa che mi lancia definitivamente nel campo di attrazione gravitazionale di Glad all over. Have Mercy On Him Now mi regala una valanga di spensieratezza e una visione di tanti palloncini colorati che volano in alto verso il sole... non credo che i Wallflowers abbiano cercato di imitare qualcuno, credo proprio che non ne abbiano assolutamente bisogno! The Devil's Waltz sembra nata a cavallo dei '60/'70, Jakob recita e gioca con la band ad un botta e risposta che potrebbe durare anche per tutta la sera e non me ne accorgerei. It Won't Be Long (Till We're Not Wrong Anymore) rispolvera ancora cadenze alla Wallflovers, ricca di tutte quelle sfumature ben note che sono un toccasana per la mia anima rimasta troppo tempo a secco del suono della band di Los Angeles. Constellation Blues è una bella ballata dove è la voce ad uscirne dominante, una voce che ancora una volta ammalia, affascina e rapisce. One Set of Wings ripropone un modo di comporre che adoro, passaggi di accordi da maggiore a minore mentre meno te lo aspetti, la tastiera di Jaffee a tessere melodie, bridge e le scale a salire, salire, salire... una vera torta a 5 strati! Il disco chiude con Don't Give Up On Me, asciutta, secca ed essenziale, una chiusura che sembra una richiesta che dice "siamo tornati non rinunciate più a noi, siamo qui e non ce ne andremo mai più"!!! Spero sia così perchè di un disco di Wallflowers ne avevo un gran bisogno e anche chi non sapeva di averne, ascoltando questo Glad all over spero lo abbia comunque pensato.


sabato 20 ottobre 2012

I'm a dreamer...


I'm a dreamer...

Può darsi che io mi sbagli su tutto, non sono un giornalista, non pontifico, non giudico, non mi interessa  se un pezzo è già sentito o assomiglia a quello di... Non mi interessa sapere cosa fa nella vita un artista, non mi interessa sapere che chitarra usa, non mi interessa sapere dove sarò o cosa farò domani, non mi interessa niente di tutto questo, quello che mi appassiona è la musica e le emozioni che riesce a trasmettermi. La musica è il modo che uso per comunicare col mondo e che il mondo usa per comunicare con me, non voglio informazioni, voglio emozioni, voglio che una canzone o un testo mi facciano viaggiare, sognare, sperare, disperare... voglio condividere gioie e dolori di chi sta dall'altra parte voglio credere che quello che scrive siano cose vere per lui e per questo ritrovarmici mi fa sentire vicino a qualcuno, compreso, accettato, consolato, rattristato o rallegrato. A decidere tutto questo è la mia pancia, l'organo che governa la mia vita, non la mia mente, quindi non opero scelte razionali, non mi interessa, non sono razionale e non voglio esserlo. Quello che scrivo sono le mie sensazioni, le mie emozioni, i miei sogni, le mie speranze... quello che scrivo non è reale perchè forse niente è reale, quello che scrivo è come mi fa essere quel disco, se mi fa sentire a casa oppure fuori dalla finestra ad osservare, scrivo su alcuni dischi perchè sento un impulso irrefrenabile che mi spinge a farlo, a raccontare le emozioni e le immagini che fanno crescere in me, su tutti gli altri non scrivo perché non è che non mi piacciano ma perchè non mi suscitano le stesse sensazioni e mi sembra superfluo raccontarli da cronista, li voglio raccontare da protagonista coinvolto al 100%. Ci sono congiunzioni e momenti particolari per cui un disco mi piace, non è un caso perchè niente accade a caso, i dischi vengono a me quando ho bisogno di loro, sono loro che scelgono, io rimango con l'animo spalancato ad aspettare che arrivino... e lo fanno sempre al momento giusto. Dire che la musica è tutto per me può sembrare una frase fatta, ma la musica mi tiene in vita, la musica mi aiuta ad alzarmi ogni mattina, mi aiuta a lavorare, mi aiuta a guidare, mi aiuta a dormire, è mia compagna nei momenti difficili ed in quelli belli, i ricordi della mia vita, le persone che ho incontrato, gli istanti che ho vissuto, i luoghi che ho visitato sono legati tutti ad una canzone ma soprattutto la musica mi aiuta a sognare. Sono un sognatore e voglio continuare ad esserlo fino all'ultimo istante della mia vita perchè i sogni aiutano a vivere.


venerdì 19 ottobre 2012

Cheap Wine - Based on Lies



Un grande abbraccio

Se esiste un dio del rock... beh allora ha scelto tra i suoi profeti per il 3° millennio i Cheap Wine. A tutti gli atei e non credenti dico: ascoltate Based on lies per credere! Da 4 evangelisti del rock nel frattempo sono diventati 5 ma del resto anche i Tre moschettieri erano in 4 e nessuno si è mai scandalizzato. Non ho più aggettivi per descrivere questa band, li ho utilizzati tutti per i precedenti 8 dischi e quindi non mi resta altro da fare che meravigliarmi per l'ennesima volta davanti ad un loro nuovo disco, per rimanere in tema religioso, mi sento come la statuina del presepe,  con le braccia aperte che viene posizionata solitamente davanti alla capanna. Il quinto "evangelista" suona il piano ed è Alessio Raffaelli; il suo inserimento ha dato una sterzata decisiva al suono della band. Alan e Alessandro rimangono i solidi pilastri che sanno giocare con la ruvidezza delle canzoni più tirate ma sanno tirare fuori anche la morbidezza nelle ballate, la chitarra di Michele (che ribadisco essere per me uno tra i 5 migliori chitarristi del vecchio continente) è forse meno sovra-utilizzata ma credo molto più valorizzata in quanto ora si può spartire il lavoro con il piano e la tastiera di Alessio, Marco ha regalato dei gran bei testi e come sempre ha utilizzato la voce come fosse uno strumento parte della band, non emergendo mai e lasciando che il sound e la voce defluissero insieme come un torrente che porta la sua acqua al mare della musica.
Breakway è tra i migliori inviti all'ascolto che i Cheap Wine abbiano potuto scrivere, è un uragano musicale che annuncia il suo arrivo, dapprima la chitarra, poi le keyboards, poi l'armonica e infine la ritmica che fa turbinare l'aria tutta intorno a me e sollevandomi dalla sedia e trasportato nella vertigine sonora che la band sa creare. Waiting on the door è una cavalcata ipnotica, un sogno, è come trovarmi al largo in un mare avvolto dalla foschia e non ho paura di lasciarmi trasportare dalla corrente e dal rincorrersi di corde e di tasti bianchi e neri, anch'io alla fine mi sveglio, come Marco racconta nel testo, e mi sembra tutto ancora reale e concreto. Lover's Grave sembra proseguire il filo musicale della song precedente ma si parla di inganno e di disillusione, è come camminare sulla spiaggia per poi voltarsi indietro all'improvviso e accorgersi che il mare ha cancellato le nostre impronte lasciandoci nel nulla quasi senza un passato in balia del nostro sconosciuto destino. Give me Tom waits è rock'n'roll, sono io, e probabilmente chiunque può trovare un po' di se all'interno di questo brano, il piano di Alessio segna il tempo e la chitarra di Michele ci regala un "solo" liberatorio; è un inno alla libertà di essere se stessi di lasciare fluire solo ed esclusivamente le proprie emozioni. The big blow racconta musicalmente praterie sconfinate nelle quali è facile perdersi ma traccia un filo di speranza “..non è mai troppo tardi per rimettere in piedi la propria vita”. Based on lies è la title track caratterizzata da uno swing che invita a mettersi seduto al bancone del bar a bere del Gin e ripensare alla vita, le immagini che Marco ci propone questa volta sono apparentemente flash sconclusionati alla Tom Waits che seguono un filo logico e lo portano ad affermare che "...tutto questo sistema è basato su menzogne". On the way back home è una ballata che si sviluppa su arpeggi di piano, anche la voce di Marco si trasforma in quella di un crooner, il testo evocativo racconta di una sconfitta che è il fil-rouge dell'intero disco fatto di storie personali che potrebbero appartenere a chiunque e proprio in queste storie mi ci ritrovo e mi commuovo.
Si può perdere la voglia, la casa, il lavoro ci si può perdere in se stessi come racconta Lost inside che riesce ad esprimere la rabbia per una sconfitta personale, una canzone nervosa a cavallo tra i '60 e i '70 che mi fa immaginare di passeggiare per le backstreets a prendere a calci lattine e bidoni senza pace, senza trovare un luogo che mi faccia star bene con me stesso perchè se uno è perso dentro di se e non è in pace con la propria anima e non troverà mai un posto dove si possa sentire veramente a "casa"; il solo di Michele è un urlo che lacera l'aria intenso e bruciante. The Vampire riabbassa i toni, ma nello stesso tempo li rende più cupi, bello l'intreccio tra chitarra e piano, ancora la voce di Marco torna a recitare, a toccare i silenzi della mia mente e mi ricorda che "lottare contro il destino è inutile" e che "è troppo tardi per ritrovare la via di casa" e ancora la chitarra di Michele ad urlare contro il cielo. To face a new day è una fuga "La speranza è morta e i sogni sono tutto quello che ci resta per affrontare un nuovo giorno" gran pezzo, tagliente come un rasoio, di quelli che mi scoperchiano l'anima come una scatoletta di tonno. Conclude il disco The stone, una ballad che toglie il fiato e lascia senza speranza, una danza che massacra il cuore e prelude alla fine di tutto!
Musicalmente i Cheap Wine sono impeccabili, le canzoni sono belle e coinvolgenti, ma questa volta i testi hanno una marcia in più. Un disco perfettamente inserito nel contesto storico in cui è stato composto, un disco che ha lasciato un segno indelebile dentro di me. Come annotazioni vorrei fare i complimenti a Serena Righetti che ci ha regalato un booklet bellissimo, i suoni sono belli e i nostri 5 hanno suonato alla stragrande, un'aggiunta, quella di Alessio, che ha reso completa una Rock Band che ha sfruttato il piano per intraprendere strade nuove, per rimettere in discussione il loro sound, segno questo di grande maturità e professionalità. Concedetemi di dire che in Italia... Cheap Wines Rulez!!!!

La musica forse non salva, non da risposte ai nostri perchè, non ci fa sembrare tutto più bello ma in queste 11 canzoni quello che ho trovato è consolazione, sapere che non sono il solo al mondo a provare e sentire certe cose a vivere un malessere, non è una risposta ma un conforto è come avere trovato un amico che mi capisce veramente e mi regala un grande abbraccio musicale e di emozioni condivise, Based on Lies, da oggi, è il mio migliore amico.


mercoledì 26 settembre 2012

LOWLANDS - Beyond

Foto di Renato Cifarelli


Odi et amo!!!

Che BOTTA Angel Visions!!! Mi è difficile essere obiettivo e mi è tanto più difficile accettare Beyond. Voglio bene a Lowlands, adoro la loro musica quindi cercherò di non pensare nè al rapporto di amicizia che mi lega alla band, nè all'affezione per il loro suono, nè a quello che mi sarei aspettato di ascoltare... cioè un disco acustico!!!
La musica per me ė, e resta comunque emozione allo stato puro, quindi resetto pensieri ed emozioni e mi lascio invadere dal muro sonoro di questo nuovo disco di Lowlands. La line up è cambiata, ci sono Ed, Roberto e Francesco. ma, con il susseguirsi delle canzoni però ritrovo tanti amici vecchi e nuovi che accompagnano la band in quello che sembra essere un punto di arrivo ma anche una ripartenza. Trovo sempre l'essenza di Lowlands ma laddove c'era un violino, ora c'è una chitarra e al posto di un solo di chitarra c'è una tastiera o un piano. Il ritmo non è indiavolato come i presupposti del primo brano lasciavano intravvedere e Ed è lì, c'è, è ancora lui lo si ritrova piano piano scoprendolo canzone dopo canzone, ascolto dopo ascolto arrivando fino al punto di innamorarsi ancora una volta di un disco di Lowlands!
Angel vision è sporca, granitica, maledetta e breve, così breve da lasciare il segno, chitarra e tastiere sembrano uscite da un buco nero dove vengo risucchiato in quella che mi appare un'altra dimensione.
Hail Hail è un raggio di sole, la scrittura è quella di Ed ma ora la chitarra di Roberto è un rasoio che graffia ed incendia l'aria e i tasti bianchi e neri di Francesco  le danno un tono di epicità, una delle mie preferite!
Lovers and Thieves ha gli stessi ingredienti della song precedente, non molla la presa e mi tiene in tensione dall'inizio alla fine, la batteria di Robby Pellati fa scintille ed ormai è palese... mi sto innamorando.
Arriva Ashes, una ballad tesa sostenuta dalle 4 corde di Rigo Righetti e dal'intreccio di arpeggi, fingerpicking e quant'altro Roberto riesca ad inventare grazie all'uso delle sue sei braccia. Non ho bisogno di grandi "solo" quando c'ė uno come Roberto che è in grado di creare una magia con le 6 corde, ne è conferma Waltz in time, bastano due note e 3 accordi che se suonati così  mi inducono in uno stato ipnotico, vengo rapito, aggrovigliato e abbagliato da una delle migliori canzoni scritte da Ed.
Chitarre e voce per la splendida Homeward Bound che mi trova ancora lanciato in orbita e non fa altro che accogliermi tra le sue braccia giusto il tempo per farmi sciogliere per dichiararmi definitivamente innamorato di questo disco.
Pensare che è sempre stato lì, come un amica con la quale non avresti mai pensato di avere una storia, li nel gruppo, sapevo che l'avevo, ci avevo parlato una volta, forse due... ma ora è diverso, ora mi affascina e mi sorprende, ora mi piace proprio!
Fragile Man è altro... ritrovo Chiara al violino e Simone al basso, un salto nella memoria, in quel suono che mi sarei immaginato di ascoltare, quel suono c'è ma è un diamante allo stato grezzo, risplende di luce propria, è poesia, è il racconto di una amicizia e di una storia che resterà sempre e alla quale i nostri saranno sempre legati.
Down on New Streets è una fantastica cavalcata lunga una vita, un viaggio in treno, una corsa in auto, ho l'impressione di correre ad inseguire un sogno, a volare lontano a fuggire da una storia, una di quelle canzoni che non mi da il tempo di pensare, di respirare, di quelle che mi lasciano in apnea e che non vorrei finissero mai in una parola... meravigliosa!
Non ho mai sentito Ed così ispirato e Roby e Franz così liberi di creare, Beyond è un vagito, è qualcosa che non avevo mai sentito da Lowlands, semplice e calda come la schiuma del cappuccino, odora di buono e di casa... forse perchè ora a casa finalmente, mi ci sento proprio!
Il disco chiude con Keep on flowing dove la fisa di Francesco Bonfiglio aggiunge un ulteriore elemento nuovo, fresca ed immediata, il sostituto naturale di The End per i prossimi concerti, liberatoria e salvifica.
Ho litigato con questo Beyond, ci ho discusso, litigato perchè non era come io avrei voluto che fosse... ma l'amore per la musica trionfa sempre e la mia "pancia", con la quale ragiono e prendo le decisioni vere, quelle che contano, mi ha fatto capire di essermene alla fine definitivamente innamorato. Il disco migliore di Ed e di Lowlands in assoluto, nato di getto in pochi giorni, scarno, essenziale, ruvido ma tagliente, affascinante e stupefacente. Ho fatto fatica ma doveva essere una prova... Ed sei un testone, ma avevi ragione, Beyond è proprio un gran disco! A tutti voi che avete avuto la pazienza di arrivare fino a questo punto dico di non pensare e di lasciarsi andare completamente ascoltando queste 10 splendide canzoni... ancora una volta grazie Lowlands perchè mi sapete emozionare, nel bene e nel male, e per me ė importante, perche questo questo è il rapporto che voglio avere con la musica... solo grandi emozioni e qui ce ne sono a iosa!
Per tutti quelli che pensano sia di parte... dico: perchè non esserlo? sono italiani (qualcuno a metá), sono bravi, il disco è bello e merita di essere preso in considerazione molto più di tanti altri "fenomeni" o "cariatidi" musicali che ci propinano riviste e siti web!
Comprate Beyond, esce il 4 ottobre.


lunedì 3 settembre 2012

Nashville & Backbones - Haul in the nets



Da Rimini a Nashville... solo andata!!!

Ho seguito la gestazione di questo disco, canzone dopo canzone ascoltandole live, sentendole cambiare, maturare, crescere, mutare... e averlo ora tra le mani, nel bellissimo e curatissimo digipack, è un po' come tenere tra le braccia un nipotino a cui ho imparato ad affezionarmi e a voler bene ma che mai avrei pensato di trovarlo già così cresciuto e maturo.
Haul in the nets, diciamolo subito, è un disco di Americana dove le voci di Michele, Marcello e Matteo sono lo strumento principale, una rara miscela sapientemente e perfettamente dosata di crema pasticciera, dolce, calda e soffice che riempie, avvolge e alza il tasso di seratonina e fa sentire a casa.
I due Backbones, Davide e Tommaso (basso e batteria), come un vero e proprio esoscheletro, sostengono alla grande i vuoti ritmici che il trio (due chitarre e un piano) altrimenti avrebbe trovato difficoltoso riempire in questo loro primo disco in studio di pezzi originali.
Per chi non li conoscesse i Nashville Trio hanno passato anni a fare gavetta reinterpretando egregiamente grandi classici della musica (CCR, America, Eagles e tanti altri), da ultimo una rilettura in chiave acustica delle canzoni dei Police! Proprio in occasione dell'uscita di Voices Inside My Head, durante la loro partecipazione alle Backstreets, hanno annunciato l'intenzione di fare basta con le cover per dedicarsi alla realizzazione di un disco di brani originali ....e così è stato, un po' alla volta, testandoli durante i loro concerti sono arrivati a questo Haul in the net, uno stupefacente risultato arrivato in poco meno di due anni.
Gli intrecci vocali sono il marchio di fabbrica dei Nashville, tre voci che si incrociano, si scambiano, si sovrappongono senza che ci sia un lead vocal, tutti suonano e cantano in una alternanza senza cali di tensione una amalgama perfetta, suonano e cantano e lo fanno alla stragrande.
The place where we belong è un up tempo dal riff accattivante e travolgente, trovo sia un gran bel biglietto d'invito perchè predispone allo spirito di Nashville, a quello che da sempre è il loro modo di affrontare la musica, divertirsi e far divertire.
Outsider, da sempre la mia preferita, trova una seconda posizione che la colloca come una delle possibili hit single, semplice immediata, di quelle canzoni che la senti la mattina e ti rimanre in testa per tutto il giorno. Il giorno dopo un concerto dei nostri, mi sono ritrovato in macchina con una nusica in testa, l'ho canticchiata per tuto il viaggio e solo dopo un paio d'ore ho realizzato che fosse proprio Outsider che avevo sentito per la prima volta la sera prima... contagiosa... un loop pericoloso perchè crea assuefazione.
With my tears on, è il frutto di tanti ascolti, ma ancora una volta sorprende per la sua struttura immediata, grande ritornello e finalmente compare la clavietta di Miky Tani, sembrano in 12 a cantare ma sono solo in 3!!! un grande pezzo che sembra chiudersi ma poi improvvisamente si lascia andare in un reggae trascinante, trovata geniale e coinvolgente, Michele lascia il piano che si trasforma in tastierona e la canzone diventa irresistibile.
Song for Claire è epica, racconta musicalmente di quelle strade polverose degli states che i Nashville non hanno mai percorso fisicamente ma che dipingono magistralmente nei loro pezzi. Una ballata senza tempo sospesa nel vuoto, avvolgente ed ammaliante, niente solo di chitarra, ci pensano le voci e l'armonica di Marcello a farne un piccolo gioiellino.
Un altro dei grandi pezzi è Carry me, scarna e sapida con chitarre, il violino di Alice Minutti e voci a riempirla di grande emozione.  Ho come la sensazione di sentirmi trasportato alla deriva dalla corrente del mare, cullato e sballottato dalle onde ma senza senza aver nulla da temere perchè, anche se perso nel blu, mi aggrapo a questa canzone e lei mi salva!
Blue eye in the sky è puro country con la voce di Matteo a farla da padrona, parte sorniona, ma una volta raggiunta dalla pedal steel di Eugenio Poppi e dal piano a muro di Michele diventa a dir poco travolgente... un po' come entrare in un saloon, sputare per terra, appoggiare la colt sul bancone ed ordinare uno strizzabudella!
Night in on my own è bella, immediata, fresca e pulita, una ventata d'aria pura, un altro pezzo di grande respiro, che se fossimo in un paese "civile", dal punto di vista musicale, potrebbe essere una "power hit" radiofonica ma, pensandoci bene, forse è meglio che certi tesori rimangano solo per pochi in modo da farci sentire un po' più ricchi di tutta l'altra gente che non conosce Night in on my own. Guardare le persone che passano per strada con la canzone in cuffia e pensare sorridendo... io ho qualcosa in più di te e non sai cosa ti perdi, è una sensazione impagabile!
Goodbye Dolce Vita rasenta il bluegrass, il banjo a sottolinearne la ruvidezza e la giocosità di una storia di un ragazzo che diventa padre e deve dare l'addio alla vita precedente da "singletudine"...scritta per gioco forse il giorno in cui Marce annunciò agli altri che sarebbe diventato padre!!!???
Too much love sembra uscita dagli anni '60, la chitarra richiama un riff  Claptoniano, poi prosegue con un mid tempo, poi gran voci, bel ritornello, mini solo... insomma lo stilema della costruzione perfetta!
Snow è solo tasti bianchi e neri e voci serve come da interludio a Plastic paradise che conclude il disco, una canzone che live regala tutto il meglio di se in un crescendo strepitoso, tesa ed intrigante che arriva ad esplodere nel triello finale, al quale si è aggiunto per l'occasione anche Omar Bologna, un pezzo d'altri tempi che necessita di un grande coraggio compositivo, una classe vocale cristallina e  una grande padronanza strumentale... un gioiello che è una degna conclusione di un disco sorprendentemente spettacolare.
I suoni sono belli, ben curati e ricercati, ogni cosa è al suo posto e nulla di questo disco sembra essere lasciato al caso, tutto curato fin nei minimi particolari. Le voci sono pulite, sempre bene in evidenza ma senza mai essere troppo preponderanti, belli gli arrangiamenti che a volte hanno tolto dove occorreva e a volte hanno messo legna sul fuoco dove mancava (piacevole la chitarra elettrica di Marce presente in molti brani, le due padal steel e alcune altre soluzioni azzeccatissime) il disco suona con un grande equilibrio, non facile per un gruppo alle prese con il primo disco di brani originali in studio. Un Bravo (con la B maiuscola) a Cristian Bonato che ha Mixato e registrato il disco. Ma i ragazzi hanno studiato e si sente, sanno suonare eccome! e sanno cantare eccome! due doti importantissime che valorizzano ancora di più il lavoro svolto. Il merito va anche ai due BackBones: Davide Mastroianni e a Tommaso Taddei, che hanno saputo fondersi alla perfezione nell'affiatamento ormai decennale dei Nashville diventandone oramai una parte imprescindibile. Chiaramente può accadere anche che un paio di brani siano un po' più deboli e che avrebbero richiesto di più rodaggio "on the road" altri invece sono belli, solidi, stagionati e ben consolidati ma, amici, mi sento di dirvi che questo è un gran disco, da avere, da ascoltare e da regalare, un disco di "Americana" come pochi sanno realizzare anche negli states dove i nostri TRE potrebbero benissimo passare per nativi visto anche l'ottimo uso della lingua inglese. Bravi Nashville e bravi BackBones ci si rivede on the road, questo disco è una bella sorpresa ma anche una conferma di quanto di buono avevate già dimostrato live, non era facile... prova superata a pieni voti! Sono orgoglioso di aver sempre creduto in voi!

giovedì 14 giugno 2012

The Tallest Man On Earth - There's No Leaving Now



Un lungo caldo abbraccio
Non so perchè... sarà uno stato d'animo differente, una sensibilità diversa o solo semplicemente il bisogno inconscio di ascoltare canzoni come quelle contenute nel nuovo disco di The tallest man on earth che mi fanno pronunciare la seguente frase: Bellissimo! Sporco quanto basta, uso essenziale degli strumenti, la voce con tante sfumature in più e melodie straordinarie... questo disco è un piccolo gioiello! Rimango immediatamente abbagliato da To Just Grow Away, è un rifugio, è un abbraccio è un sorriso, è consolatoria è una grande carezza è un toccasana per il corpo e lo spirito. Revelation Blues è un moto dell'anima rilascia seratonina è come una passeggiata sulla spiaggia all'alba ed ha il profumo dei campi che prendono vita in primavera. Leading Me Now solo con la chitarra ed un semplice giro armonico è capace di creare tutto un microcosmo di emozioni e di immagini che scorrono veloci come tanti dolci ricordi custoditi dentro la nostra mente che prendono vita ed accelerano il battito cardiaco. 1904 è una intera gamma cromatica di colori, un pennello che si muove deciso lasciando dietro di sè scie di toni accesi e vivaci. Bright Lanterns è proprio come dice... come di notte le luci sulle barche dei pescatori si muovono seguendo il moto ondoso, così la voce si muove seguendo le onde della chitarra e della lap-steel. There's No Leaving Now è straordinaria, solo piano, solo tasti bianchi e neri e la fantastica voce di Kristian Matsson possono lasciarmi col fiato sospeso per 4 minuti e mezzo, tanto è la durata di questa che, chiamarla canzone mi pare piuttosto riduttivo! Wind and Walls odora di erba appena tagliata e bagna di rugiada me ed ogni cosa che mi circonda, rinfrancandomi e dandomi una provvidenziale scossa per affrontare un nuovo giorno che inizia. Little Brother sviluppata su una base di fingerpicking, mi sembra come già sentita... ma sono le sfumature i pieni e i vuoti, il modo di cantare, i picchi e i piano che mi fanno pensare che... sì questa è una canzone unica come lo sono tutte le altre canzoni del disco, come lo può essere la persona che ognuno di noi ama. Criminals ha qualcosa di wild west, di blues del delta e nello stesso tempo Kristian sembra trasformarsi in un cantastorie... me ne racconta un'altra delle sue, un'altra storia che ascolterei cento e cento volte. On Every Page è di quelle che riesce a provocarmi emozione, gli occhi incominciano a sudare perchè questa volta ad emergere sono i ricordi tristi, i rimpianti e tutto ciò che ho intorno incomincia a virare sul seppia ed a sbiadirsi. La mia copia del disco si conclude con Cycles (Bonus Track) sulla quale approfitto per dire che Kristian Matsson è capace di fare una cosa straordinaria... quella di emozionarmi, di fare in modo che le sue canzoni mi provochino un subbuglio interiore di pensieri, di sensazioni, di immagini, di ricordi, di riferimenti a fatti cose e persone della mia vita che nessun altro riesce ad evocare. Si lo so! la canzone parla di altro... ma quello che mi provoca è differente, ed è diverso ogni volta, trovo quindi che questo sia un disco magico, il più bello secondo me, il più sporco, il più sentito... non so cosa c'è ma è come se in questo There's No Leaving Now il piccolo svedese abbia abbattuto tutte le barriere permettendo così uno scambio sinergico di emozioni da autore ad ascoltatore e viceversa. Gran bel disco davvero... e da qui la mia massima si conferma vera... Non siamo noi che scegliamo i dischi da ascoltare, sono loro che vengono a noi quando ne abbiamo bisogno! (Lele Guerra) ...questo mi è proprio venuto a cercare ed abbracciare stretto stretto e io me ne sto qui accoccolato tra le sue canzoni.