piedaesanzves

mercoledì 26 settembre 2012

LOWLANDS - Beyond

Foto di Renato Cifarelli


Odi et amo!!!

Che BOTTA Angel Visions!!! Mi è difficile essere obiettivo e mi è tanto più difficile accettare Beyond. Voglio bene a Lowlands, adoro la loro musica quindi cercherò di non pensare nè al rapporto di amicizia che mi lega alla band, nè all'affezione per il loro suono, nè a quello che mi sarei aspettato di ascoltare... cioè un disco acustico!!!
La musica per me ė, e resta comunque emozione allo stato puro, quindi resetto pensieri ed emozioni e mi lascio invadere dal muro sonoro di questo nuovo disco di Lowlands. La line up è cambiata, ci sono Ed, Roberto e Francesco. ma, con il susseguirsi delle canzoni però ritrovo tanti amici vecchi e nuovi che accompagnano la band in quello che sembra essere un punto di arrivo ma anche una ripartenza. Trovo sempre l'essenza di Lowlands ma laddove c'era un violino, ora c'è una chitarra e al posto di un solo di chitarra c'è una tastiera o un piano. Il ritmo non è indiavolato come i presupposti del primo brano lasciavano intravvedere e Ed è lì, c'è, è ancora lui lo si ritrova piano piano scoprendolo canzone dopo canzone, ascolto dopo ascolto arrivando fino al punto di innamorarsi ancora una volta di un disco di Lowlands!
Angel vision è sporca, granitica, maledetta e breve, così breve da lasciare il segno, chitarra e tastiere sembrano uscite da un buco nero dove vengo risucchiato in quella che mi appare un'altra dimensione.
Hail Hail è un raggio di sole, la scrittura è quella di Ed ma ora la chitarra di Roberto è un rasoio che graffia ed incendia l'aria e i tasti bianchi e neri di Francesco  le danno un tono di epicità, una delle mie preferite!
Lovers and Thieves ha gli stessi ingredienti della song precedente, non molla la presa e mi tiene in tensione dall'inizio alla fine, la batteria di Robby Pellati fa scintille ed ormai è palese... mi sto innamorando.
Arriva Ashes, una ballad tesa sostenuta dalle 4 corde di Rigo Righetti e dal'intreccio di arpeggi, fingerpicking e quant'altro Roberto riesca ad inventare grazie all'uso delle sue sei braccia. Non ho bisogno di grandi "solo" quando c'ė uno come Roberto che è in grado di creare una magia con le 6 corde, ne è conferma Waltz in time, bastano due note e 3 accordi che se suonati così  mi inducono in uno stato ipnotico, vengo rapito, aggrovigliato e abbagliato da una delle migliori canzoni scritte da Ed.
Chitarre e voce per la splendida Homeward Bound che mi trova ancora lanciato in orbita e non fa altro che accogliermi tra le sue braccia giusto il tempo per farmi sciogliere per dichiararmi definitivamente innamorato di questo disco.
Pensare che è sempre stato lì, come un amica con la quale non avresti mai pensato di avere una storia, li nel gruppo, sapevo che l'avevo, ci avevo parlato una volta, forse due... ma ora è diverso, ora mi affascina e mi sorprende, ora mi piace proprio!
Fragile Man è altro... ritrovo Chiara al violino e Simone al basso, un salto nella memoria, in quel suono che mi sarei immaginato di ascoltare, quel suono c'è ma è un diamante allo stato grezzo, risplende di luce propria, è poesia, è il racconto di una amicizia e di una storia che resterà sempre e alla quale i nostri saranno sempre legati.
Down on New Streets è una fantastica cavalcata lunga una vita, un viaggio in treno, una corsa in auto, ho l'impressione di correre ad inseguire un sogno, a volare lontano a fuggire da una storia, una di quelle canzoni che non mi da il tempo di pensare, di respirare, di quelle che mi lasciano in apnea e che non vorrei finissero mai in una parola... meravigliosa!
Non ho mai sentito Ed così ispirato e Roby e Franz così liberi di creare, Beyond è un vagito, è qualcosa che non avevo mai sentito da Lowlands, semplice e calda come la schiuma del cappuccino, odora di buono e di casa... forse perchè ora a casa finalmente, mi ci sento proprio!
Il disco chiude con Keep on flowing dove la fisa di Francesco Bonfiglio aggiunge un ulteriore elemento nuovo, fresca ed immediata, il sostituto naturale di The End per i prossimi concerti, liberatoria e salvifica.
Ho litigato con questo Beyond, ci ho discusso, litigato perchè non era come io avrei voluto che fosse... ma l'amore per la musica trionfa sempre e la mia "pancia", con la quale ragiono e prendo le decisioni vere, quelle che contano, mi ha fatto capire di essermene alla fine definitivamente innamorato. Il disco migliore di Ed e di Lowlands in assoluto, nato di getto in pochi giorni, scarno, essenziale, ruvido ma tagliente, affascinante e stupefacente. Ho fatto fatica ma doveva essere una prova... Ed sei un testone, ma avevi ragione, Beyond è proprio un gran disco! A tutti voi che avete avuto la pazienza di arrivare fino a questo punto dico di non pensare e di lasciarsi andare completamente ascoltando queste 10 splendide canzoni... ancora una volta grazie Lowlands perchè mi sapete emozionare, nel bene e nel male, e per me ė importante, perche questo questo è il rapporto che voglio avere con la musica... solo grandi emozioni e qui ce ne sono a iosa!
Per tutti quelli che pensano sia di parte... dico: perchè non esserlo? sono italiani (qualcuno a metá), sono bravi, il disco è bello e merita di essere preso in considerazione molto più di tanti altri "fenomeni" o "cariatidi" musicali che ci propinano riviste e siti web!
Comprate Beyond, esce il 4 ottobre.


lunedì 3 settembre 2012

Nashville & Backbones - Haul in the nets



Da Rimini a Nashville... solo andata!!!

Ho seguito la gestazione di questo disco, canzone dopo canzone ascoltandole live, sentendole cambiare, maturare, crescere, mutare... e averlo ora tra le mani, nel bellissimo e curatissimo digipack, è un po' come tenere tra le braccia un nipotino a cui ho imparato ad affezionarmi e a voler bene ma che mai avrei pensato di trovarlo già così cresciuto e maturo.
Haul in the nets, diciamolo subito, è un disco di Americana dove le voci di Michele, Marcello e Matteo sono lo strumento principale, una rara miscela sapientemente e perfettamente dosata di crema pasticciera, dolce, calda e soffice che riempie, avvolge e alza il tasso di seratonina e fa sentire a casa.
I due Backbones, Davide e Tommaso (basso e batteria), come un vero e proprio esoscheletro, sostengono alla grande i vuoti ritmici che il trio (due chitarre e un piano) altrimenti avrebbe trovato difficoltoso riempire in questo loro primo disco in studio di pezzi originali.
Per chi non li conoscesse i Nashville Trio hanno passato anni a fare gavetta reinterpretando egregiamente grandi classici della musica (CCR, America, Eagles e tanti altri), da ultimo una rilettura in chiave acustica delle canzoni dei Police! Proprio in occasione dell'uscita di Voices Inside My Head, durante la loro partecipazione alle Backstreets, hanno annunciato l'intenzione di fare basta con le cover per dedicarsi alla realizzazione di un disco di brani originali ....e così è stato, un po' alla volta, testandoli durante i loro concerti sono arrivati a questo Haul in the net, uno stupefacente risultato arrivato in poco meno di due anni.
Gli intrecci vocali sono il marchio di fabbrica dei Nashville, tre voci che si incrociano, si scambiano, si sovrappongono senza che ci sia un lead vocal, tutti suonano e cantano in una alternanza senza cali di tensione una amalgama perfetta, suonano e cantano e lo fanno alla stragrande.
The place where we belong è un up tempo dal riff accattivante e travolgente, trovo sia un gran bel biglietto d'invito perchè predispone allo spirito di Nashville, a quello che da sempre è il loro modo di affrontare la musica, divertirsi e far divertire.
Outsider, da sempre la mia preferita, trova una seconda posizione che la colloca come una delle possibili hit single, semplice immediata, di quelle canzoni che la senti la mattina e ti rimanre in testa per tutto il giorno. Il giorno dopo un concerto dei nostri, mi sono ritrovato in macchina con una nusica in testa, l'ho canticchiata per tuto il viaggio e solo dopo un paio d'ore ho realizzato che fosse proprio Outsider che avevo sentito per la prima volta la sera prima... contagiosa... un loop pericoloso perchè crea assuefazione.
With my tears on, è il frutto di tanti ascolti, ma ancora una volta sorprende per la sua struttura immediata, grande ritornello e finalmente compare la clavietta di Miky Tani, sembrano in 12 a cantare ma sono solo in 3!!! un grande pezzo che sembra chiudersi ma poi improvvisamente si lascia andare in un reggae trascinante, trovata geniale e coinvolgente, Michele lascia il piano che si trasforma in tastierona e la canzone diventa irresistibile.
Song for Claire è epica, racconta musicalmente di quelle strade polverose degli states che i Nashville non hanno mai percorso fisicamente ma che dipingono magistralmente nei loro pezzi. Una ballata senza tempo sospesa nel vuoto, avvolgente ed ammaliante, niente solo di chitarra, ci pensano le voci e l'armonica di Marcello a farne un piccolo gioiellino.
Un altro dei grandi pezzi è Carry me, scarna e sapida con chitarre, il violino di Alice Minutti e voci a riempirla di grande emozione.  Ho come la sensazione di sentirmi trasportato alla deriva dalla corrente del mare, cullato e sballottato dalle onde ma senza senza aver nulla da temere perchè, anche se perso nel blu, mi aggrapo a questa canzone e lei mi salva!
Blue eye in the sky è puro country con la voce di Matteo a farla da padrona, parte sorniona, ma una volta raggiunta dalla pedal steel di Eugenio Poppi e dal piano a muro di Michele diventa a dir poco travolgente... un po' come entrare in un saloon, sputare per terra, appoggiare la colt sul bancone ed ordinare uno strizzabudella!
Night in on my own è bella, immediata, fresca e pulita, una ventata d'aria pura, un altro pezzo di grande respiro, che se fossimo in un paese "civile", dal punto di vista musicale, potrebbe essere una "power hit" radiofonica ma, pensandoci bene, forse è meglio che certi tesori rimangano solo per pochi in modo da farci sentire un po' più ricchi di tutta l'altra gente che non conosce Night in on my own. Guardare le persone che passano per strada con la canzone in cuffia e pensare sorridendo... io ho qualcosa in più di te e non sai cosa ti perdi, è una sensazione impagabile!
Goodbye Dolce Vita rasenta il bluegrass, il banjo a sottolinearne la ruvidezza e la giocosità di una storia di un ragazzo che diventa padre e deve dare l'addio alla vita precedente da "singletudine"...scritta per gioco forse il giorno in cui Marce annunciò agli altri che sarebbe diventato padre!!!???
Too much love sembra uscita dagli anni '60, la chitarra richiama un riff  Claptoniano, poi prosegue con un mid tempo, poi gran voci, bel ritornello, mini solo... insomma lo stilema della costruzione perfetta!
Snow è solo tasti bianchi e neri e voci serve come da interludio a Plastic paradise che conclude il disco, una canzone che live regala tutto il meglio di se in un crescendo strepitoso, tesa ed intrigante che arriva ad esplodere nel triello finale, al quale si è aggiunto per l'occasione anche Omar Bologna, un pezzo d'altri tempi che necessita di un grande coraggio compositivo, una classe vocale cristallina e  una grande padronanza strumentale... un gioiello che è una degna conclusione di un disco sorprendentemente spettacolare.
I suoni sono belli, ben curati e ricercati, ogni cosa è al suo posto e nulla di questo disco sembra essere lasciato al caso, tutto curato fin nei minimi particolari. Le voci sono pulite, sempre bene in evidenza ma senza mai essere troppo preponderanti, belli gli arrangiamenti che a volte hanno tolto dove occorreva e a volte hanno messo legna sul fuoco dove mancava (piacevole la chitarra elettrica di Marce presente in molti brani, le due padal steel e alcune altre soluzioni azzeccatissime) il disco suona con un grande equilibrio, non facile per un gruppo alle prese con il primo disco di brani originali in studio. Un Bravo (con la B maiuscola) a Cristian Bonato che ha Mixato e registrato il disco. Ma i ragazzi hanno studiato e si sente, sanno suonare eccome! e sanno cantare eccome! due doti importantissime che valorizzano ancora di più il lavoro svolto. Il merito va anche ai due BackBones: Davide Mastroianni e a Tommaso Taddei, che hanno saputo fondersi alla perfezione nell'affiatamento ormai decennale dei Nashville diventandone oramai una parte imprescindibile. Chiaramente può accadere anche che un paio di brani siano un po' più deboli e che avrebbero richiesto di più rodaggio "on the road" altri invece sono belli, solidi, stagionati e ben consolidati ma, amici, mi sento di dirvi che questo è un gran disco, da avere, da ascoltare e da regalare, un disco di "Americana" come pochi sanno realizzare anche negli states dove i nostri TRE potrebbero benissimo passare per nativi visto anche l'ottimo uso della lingua inglese. Bravi Nashville e bravi BackBones ci si rivede on the road, questo disco è una bella sorpresa ma anche una conferma di quanto di buono avevate già dimostrato live, non era facile... prova superata a pieni voti! Sono orgoglioso di aver sempre creduto in voi!

giovedì 14 giugno 2012

The Tallest Man On Earth - There's No Leaving Now



Un lungo caldo abbraccio
Non so perchè... sarà uno stato d'animo differente, una sensibilità diversa o solo semplicemente il bisogno inconscio di ascoltare canzoni come quelle contenute nel nuovo disco di The tallest man on earth che mi fanno pronunciare la seguente frase: Bellissimo! Sporco quanto basta, uso essenziale degli strumenti, la voce con tante sfumature in più e melodie straordinarie... questo disco è un piccolo gioiello! Rimango immediatamente abbagliato da To Just Grow Away, è un rifugio, è un abbraccio è un sorriso, è consolatoria è una grande carezza è un toccasana per il corpo e lo spirito. Revelation Blues è un moto dell'anima rilascia seratonina è come una passeggiata sulla spiaggia all'alba ed ha il profumo dei campi che prendono vita in primavera. Leading Me Now solo con la chitarra ed un semplice giro armonico è capace di creare tutto un microcosmo di emozioni e di immagini che scorrono veloci come tanti dolci ricordi custoditi dentro la nostra mente che prendono vita ed accelerano il battito cardiaco. 1904 è una intera gamma cromatica di colori, un pennello che si muove deciso lasciando dietro di sè scie di toni accesi e vivaci. Bright Lanterns è proprio come dice... come di notte le luci sulle barche dei pescatori si muovono seguendo il moto ondoso, così la voce si muove seguendo le onde della chitarra e della lap-steel. There's No Leaving Now è straordinaria, solo piano, solo tasti bianchi e neri e la fantastica voce di Kristian Matsson possono lasciarmi col fiato sospeso per 4 minuti e mezzo, tanto è la durata di questa che, chiamarla canzone mi pare piuttosto riduttivo! Wind and Walls odora di erba appena tagliata e bagna di rugiada me ed ogni cosa che mi circonda, rinfrancandomi e dandomi una provvidenziale scossa per affrontare un nuovo giorno che inizia. Little Brother sviluppata su una base di fingerpicking, mi sembra come già sentita... ma sono le sfumature i pieni e i vuoti, il modo di cantare, i picchi e i piano che mi fanno pensare che... sì questa è una canzone unica come lo sono tutte le altre canzoni del disco, come lo può essere la persona che ognuno di noi ama. Criminals ha qualcosa di wild west, di blues del delta e nello stesso tempo Kristian sembra trasformarsi in un cantastorie... me ne racconta un'altra delle sue, un'altra storia che ascolterei cento e cento volte. On Every Page è di quelle che riesce a provocarmi emozione, gli occhi incominciano a sudare perchè questa volta ad emergere sono i ricordi tristi, i rimpianti e tutto ciò che ho intorno incomincia a virare sul seppia ed a sbiadirsi. La mia copia del disco si conclude con Cycles (Bonus Track) sulla quale approfitto per dire che Kristian Matsson è capace di fare una cosa straordinaria... quella di emozionarmi, di fare in modo che le sue canzoni mi provochino un subbuglio interiore di pensieri, di sensazioni, di immagini, di ricordi, di riferimenti a fatti cose e persone della mia vita che nessun altro riesce ad evocare. Si lo so! la canzone parla di altro... ma quello che mi provoca è differente, ed è diverso ogni volta, trovo quindi che questo sia un disco magico, il più bello secondo me, il più sporco, il più sentito... non so cosa c'è ma è come se in questo There's No Leaving Now il piccolo svedese abbia abbattuto tutte le barriere permettendo così uno scambio sinergico di emozioni da autore ad ascoltatore e viceversa. Gran bel disco davvero... e da qui la mia massima si conferma vera... Non siamo noi che scegliamo i dischi da ascoltare, sono loro che vengono a noi quando ne abbiamo bisogno! (Lele Guerra) ...questo mi è proprio venuto a cercare ed abbracciare stretto stretto e io me ne sto qui accoccolato tra le sue canzoni.


mercoledì 16 maggio 2012

Roberto Diana - Raighes Vol. 1


L'alfa e l'omega della vita

Come è possibile non innamorarsi di così tanta bellezza? ditemelo voi!!! Quanta poesia e ricchezza possono contenere quelle sei corde di chitarra??!?! Quante immagini possono evocare? Orizzonti sconfinati nei quali spaziare e trovare tutta la bellezza di queste 8 composizioni. Roberto Diana è un artista tutto tondo, con le sue chitarre dipinge, scolpisce, scrive, rende tangibile la musica, rende reali i sogni e materializza l'inimmaginabile. Il cuore si riempie di emozioni e accelera il suo battito, l'anima si distacca dal corpo e si lancia in volo abbandonandosi al fluire incessante di note, di sfumature di battute. Mi chiedo quante siano le mani che accarezzano quelle corde, mi immagino Roberto come una dea Kalì della chitarra perchè i suoni arrivano a colpirmi  da tutte le parti e rimango sorpreso e sbalordito ad ogni passaggio, ad ogni accordo ad ogni nota.
Chiudo gli occhi e mi lascio andare sulle note di S'astore; sono sul culmine di un pendio a cavallo di un falco che prende la rincorsa, accenna ad un battito d'ali, poi ad un altro, poi accelera, prende velocità e poi giù nel vuoto, il cuore in gola e via a sorvolare colline e terra brulla, respirare l'odore pungente delle erbe, scorgere greggi di pecore, paesini isolati.... fino ad arrivare  alla cima di un albero a riposarsi e poi giù ancora col vento che accarezza la pelle e le labbra a scoprire i denti in un sorriso di gioia, di liberazione. Coffee Break mi trova seduto ad un tavolino in pieno centro città, il traffico che scorre frenetico, le persone che camminano veloci, che si salutano, che parlano... ed io sono li ad osservare tutto questo come uno spettatore invisibile della vita che mi scorre accanto sospeso in un non-tempo. If your are happy mi invita a guardare il cielo seduto sulla sabbia riscaldata da una intera giornata di sole e lassù, nel blù, una serie di aquiloni, di colori, di gabbiani che intrecciano le loro traiettorie senza mai scontrarsi e vengo così pervaso dalla stessa gioia di un bambino dopo una giornata fatta esclusivamente di bagni e di giochi. In my Mind è divisa in due parti nell'intro sembra che la mia mente cerchi di riordinare le emozioni, i pensieri le sensazioni dopo una giornata intensa di lavoro poi, ecco che arriva il momento di lasciare da parte tutto quello che è stato per riprendere il controllo di me stesso, ritornare ai miei bisogni ancestrali, al mio riposo, alle cose di casa, quelle che ti fanno stare bene e trovare finalmente l'equilibrio, il calore e la compagnia di tutto quello che durante la giornata ho desiderato. Day off è meraviglia!!! come se mi trovassi improvvisamente davanti a qualcosa di mai visto e incomincio dapprima a scorrere velocemente con gli occhi ciò che mi circonda per poi soffermarmi ogni tanto per cogliere i particolari più curiosi, più interessanti, lasciandomi sorprendere e stupire da ogni cosa che passa davanti al mio sguardo sbalordito. Move on è un moto dell'anima, i pensieri sgorgano liberi dalla mia mente, è liberatoria,  potrebbe essere qualunque cosa in qualunque momento e luogo, è come se fossi incantato a rimirare una fontana che zampilla con i suoi getti d'acqua dove i milioni di gocce rappresentano i miei ricordi che ora sgorgano liberi fuori e dentro di me. Prayer vale 1000 preghiere, perchè poter pregare così, sarebbe una immensa ricchezza giornaliera, è ringraziamento per la vita, è una richiesta di aiuto, è riconoscersi fallibili, è mettere sul piatto le debolezze e le gioie ed è bella soprattutto perchè finisce con una domanda che porta dentro di sè tutti i dubbi e le certezze di una preghiera, dopo essermi affidato a un dio, ecco insinuarsi in me il dilemma: esiste veramente un dio a cui affidarmi? chi ho ringraziato? a chi ho chiesto scusa? forse a me stesso... perchè l'unico modo che ho per leggere dentro di me è farlo per intercessa persona, solo così posso essere libero e sereno nel giudicarmi senza condannarmi e sentirmi inadeguato. Il disco si chiude con Soul Hunter, sono alla ricerca di qualcosa, di qualcuno, forse di un amico col quale condividere gioie e dolori, forse di un amore che ho sempre aspettato, qualcuno da aiutare, qualcuno come me, con i miei stessi bisogni e necessità, qualcuno che mi comprenda che mi voglia bene e mi accetti per come sono... ancora una volta però il brano finisce con una domanda: quel qualcuno ci sarà? c'è già? o c'è già stato?
Mai avrei immaginato che un disco strumentale mi potesse coinvolgere ed emozionare così tanto, sono incantato e sbalordito... ho cercato di mettere in parole le migliaia di emozioni e sensazioni che ha regalato Raighes... grazie Roberto! oggi è stata una giornata difficile e siccome credo  che le cose non avvengano mai a caso il destino ha voluto che proprio ora, proprio qui, mi dedicassi all'ascolto di questo disco nel quale ho trovato conforto... grazie di cuore! Raighes, opera prima di Roberto Diana, è un grande abbraccio per tutti quelli che credono che la musica possa dare ciò che altrimenti non riusciremmo a sentire e provare, come un grande amore che coinvolge ogni minima parte di noi, questa è la musica, questo è Raighes... emozione allo stato puro!

N.d.R. Raighes vol. 1 uscirà ufficialmente il 3 Giugno (http://www.robertodiana.net/)


sabato 5 maggio 2012

Ron La Salle - When Hellbounds Meet Angels



Smile... Ron is back!!!

Risentire la voce di Ron dopo 10 anni di assenza è sempre una emozione! When Hellbounds Meet Angels è un bel disco nel quale la voce graffia come un tempo e le 10 canzoni che lo compongono vanno dirette a trovare le radici della musica Americana. Il Blues incontra il Country e in alcuni brani il Jazz vi passa attraverso e le canzoni sgorgano semplici ed immediate lasciando veramente poco tempo per pensare. Sin della title-track, Ron racconta della sua vita, di come sia cambiata ritrovandosi inaspettatamente single intorno ai 40 anni e il discorso ritorna in Just to Remind You e I Couldn’t Stay. Doing Alright è lo specchio della vena musicale e forse della filosofia di vita di Ron, vivi la tua giornata e fallo intensamente lascia la tristezza e le delusioni alle spalle e trova in te e nelle cose che ti stanno intorno la gioia di vivere. The Devils Sneaks In sembra uscita da un disco di Tom Waits e mi pare di vederlo, il nostro,  al bancone del bar, con un bicchiere in mano che ride con quella sua risata contagiosa e si confessa al barista di turno! Touch of the Blues è splendida, un blues d'altri tempi realizzata insieme all'amico Delbert McClinton e col flicorno di Jim Williamson che riesce a creare un'atmosfera magica. Move along è una canzone senza tempo che la voce di Ron porta direttamente al cuore di chiunque la voglia ascoltare abbandonandosi alla sua melodia! Would It Be Me? è un uptempo sul quale è veramente difficile riuscire a restare immobili perché porta irresistibilmente anche i più tinchi a battere almeno il piedino!!! Troviamo la vena più storyteller in The Haunted Kind, una ballata che potrebbe continuare a girare in loop e non ci accorgeremmo che è finita per quanta serenità e pace riesca a rilasciare dalle sue note e per quanto potere obnubilatorio porti con sè. Il disco chiude con una classica That's What I Like (About Loving You) contagiosa così come la simpatia e la grande capacità di scrivere canzoni che hanno il grande dono di poter essere amate fin dal primo ascolto. Questo è il grande potere di Ron, quello di essere così spontaneo nella vita come nella scrittura delle canzoni e nella semplicità dei testi, una dote rara che, in queste 10 canzoni, si dimostra con tutta la sua forza. When Hellbounds Meet Angels è un disco intenso che rilascia delle good vibrations per chiunque sia all'ascolto anche per la prima volta di un disco di Ron La Salle che riesce sempre a farmi emozionare e darmi sempre più la certezza che scrivere belle canzoni non è così facile ma lui ci riesce sempre con quel suo spirito libero, guascone e comunque mai scontato. Non è "uno dei tanti dischi" è un disco di Ron, scritto con il cuore, con il sangue e col sorriso, un disco che giova sicuramente all'anima di tutti noi.



giovedì 23 febbraio 2012

This land is NOT my land!!!



Agli albori degli anni '80 giravo con una maglietta bianca senza maniche e con i jeans stracciati perchè avevo una "cotta" per Bruce Springsteen, la cotta si è  trasformata in amore e questo è rimasto immutato nel tempo.
Con Springsteen ho un debito che non riuscirò mai a saldare, non sarei quello che sono se non avessi avuto la sua musica e da tanto tempo sto aspettando il suo disco della "maturità".... ma non è questo.... io continuerò ad attenderlo... perchè so che arriverà...
Non comprerò Wrecking Ball.
Rimarrebbe come un feticcio, incartato nel suo cellophane, in fondo alla fila degli altri dischi.
I bei ricordi rimangono immutati, così come le emozioni che si portano appresso, ma la musica che mi emoziona ora, quella... beh sono costretto a cercarla altrove perchè qui, tra archi, trombe, tastiere, clap hands, urletti, coretti,  batteria sintetica, patchwork e sovra-produzione proprio non mi ci ritrovo... this land is NOT my land!!!

giovedì 16 febbraio 2012

Dark Pony - Suburban Serenade, vol. 1



Le ricette del buon umore di Jon

Ci sono dei dischi che entrano nella mia vita improvvisamente magari arrivando dentro una busta gialla multiball col timbro United States Postage, ci sono dei dischi che inserisco nel MacBook e che dalla prima nota mi infondono uno stato di benessere generalizzato, ci sono dei dischi che sanno apparire nei momenti più impensati e che contestualmente all'aumento della temperatura, al sole che splende in cielo e alla neve che se ne sta andando sono una benedizione divina... e c'è un disco che è tutto questo... Suburban Serenade, vol. 1 di Dark Pony!!! Come abbia fatto e perchè sia arrivato sul mio banco non lo so, sta di fatto che il solo farlo partire mi ha fatto sentire più giovane di 20 anni... è stato come stappare una Bud ghiacciata in una torrida giornata estiva, il rumore del tappo che lascia uscire il gas, la schiuma che scende, il profumo del luppolo l'eruzione delle papille gustative ed il sollievo per la gola secca... Avevo bisogno di una sorsata di musica fresca, frizzante e dissetante avevo bisogno di Dark Pony e non lo sapevo ...loro o qualcuno per loro, probabilmente si... esiste un dio  o un santo protettore della musica io l'ho sempre detto. Nel rock e nel pop è stato scritto e detto ormai tutto, fortunatamente possono essere scritte ancora delle gran belle canzoni e qui ce ne sono ben 12! Il disco è stato auto prodotto e registrato nel piccolo studio casalingo di Jon Herchert frutto anch'esso di una concomitanza miracolosa di fatti. Jon venne chiamato da Jonny Lang a sostutuire alla chitarra ed ai cori Reeve Carney per il suo tour, alla fine di questo, Jon sentì esplodere qualcosa dentro di se, quel qualcosa erano queste 12 potenti pop-songs. Il nome Dark Pony è per onorare la memoria del padre di Jon che durante il conflitto nel Vietnam è stato pilota di elicotteri nell'unità Dark Horses... le canzoni hanno un comune denominatore, la incredibile freschezza, arricchite da cori pedal e lap steel, dobro, tastiera su una solida base di basso , chitarra e batteria. Ascoltare Ludicrous è come aprire la persiana di una finestra alla mattina appena alzato ed essere colpito dai tiepidi e bassi raggi del sole che sta nascendo, socchiudo gli occhi e mi lascio abbracciare dalla magia di questa canzone. Turnaround è una calda doccia tonificante, le note che mi scorrono addosso come schiuma soffice e l'acqua che porta via qualsiasi triste pensiero predisponendomi a tutto con il sorriso stampato in volto. Shadow è lenta ed avvolgente come un morbido accappatoio appena stirato che odora di ammorbidente, lisergica, quasi psichedelica è proprio simile a quella sensazione di rilassatezza che insorge appena dopo una doccia bollente. Hey ma è trascinante e contagiosa, ha l'odore del caffè appena fatto e il sapore di un cinnamon roll caldo, ti si scioglie in bocca come questa canzone ti si scioglie e appiccica addosso e non ho assolutamente nessuna voglia di scrollarla via per tutto il giorno. Dog è come uscire di casa pronti ad affrontare una nuova giornata, l'aria ancora fresca della mattina che accarezza il viso, i rumori familiari ed il paesaggio conosciuto, rassicurante e benaugurante. Someday baby è una calda e luminosa ballata chitarristica dominata dalla presenza di una languida pedal steel, ottima per prendermi una pausa seduto su di una panchina, abbandonato totalmente alla sua melodia, a osservare la vita che mi scorre accanto come in un film muto! It's over è ancora chitarra e pedal, tenera compagna di cammino per le strade affollate di gente, sorrido come un ebete per quanta dolcezza questa canzone riesca a infondermi. Afraid to love regala contagiosi germi di r'n'r, così altamente contaminanti, che vengo pervaso da una gran voglia di ballare, come all'interno di un film Bollywoodiano, sulle gradinate che mi trovo innanzi. L'euforia viene tamponata tempestivamente da Shallow, influenzata da echi beatlesiani e dalla onnipresente stupenda pedal steel così calda e solare che mi viene voglia di assaporarla in riva al mare a guardare le onde che si infrangono e si ritirano sulla sabbia che rispecchiano appieno l'andamento delle emozioni profuse da questa canzone. Kids these days è puro power-pop e va presa così... puro ludo divertissement, cammino da scemo e mi dimeno e rido!!! Today è una canzone da ritorno a casa dopo una giornata di lavoro e di impegni, dolente e ipnotica mi porta a osservare il buio che arriva, ma un buio buono, come una mano di un babbo sulla spalla che ti accompagna a casa da scuola quando sei bimbo. Wake up, come dice il titolo stesso, mi invita a ricominciare, il ciclo è finito e si ricomincia con la stessa gioia e simpatia. al termine spingo il tasto repeat e riparto. Bella questa scelta, un inizio all'ultima canzone, una continuità totale, assoluta, un ciclo continuo di canzoni che possono girare e rigirare all'infinito regalando pace e amore. Suburban Serenade, vol. 1 è un disco che risplende di luce propria, l'unico impegno che richiede è quello di ascoltarlo aspettandosi solo delle buone vibrazioni e quelle... se ci porremo all'ascolto con l'animo del fanciullino pascoliano, arriveranno copiose come i sorrisi che ci troveremo stampati in faccia. La primavera si avvicina e con i Dark Pony è come se fosse già arrivata.

sul sito http://www.darkponymusic.com/ si possono trovare interessanti ricette di cucina, soprattutto quella delle Meatballs che Jon prepara in questo video:

mercoledì 15 febbraio 2012

Cesare Carugi - Here's To The Road



Le strade secondarie di Cesare

Tra Marina di Cecina ed Austin, in un luogo che non esiste sulla carta geografica... è li che si trova Cesare Carugi, suoni puliti, voce che non tradisce la provenienza nostrana e 11 songs che regalano grandi momenti di musica. Cesare è uno di noi, compagno di cammino nostro e di tutti i musicisti che lo assecondano in questa sua opera prima sulla lunga distanza. Il disco ci porta a percorrere strade musicali conosciute ma non scontate perchè oltre gli echi del passato Cesare aggiunge quel tanto di suo che rende queste 11 canzoni uniche e ci portano a scoprire un Carugi sound che rende l'ascolto veramente interessante, ma veniamo alle 11 tracks!!!
Too Late to Leave Montgomery è fuori dal tempo, calda, assolata, nella sua semplicità sostenuta dalla grande pedal steel di Gianni Gori e e quel riff di chitarra che potrebbe rimbombarmi in testa per giorni e ricordarmi i Little Feat e farmi mangiare polvere rossa... grande inizio e in questo caso il buongiorno si vede dal mattino! London Rain ha quel tanto di brit sound che richiede il titolo ed è come ritrovarmi seduto sullo strapuntino di un Black Cab che viaggia sotto la pioggia tra Piccadilly Circus e Regent Street e vedo passare davanti agli occhi gente, negozi e rossi bus muoversi in slowmotion. Blue dress è una ballata notturna, mi ritrovo a camminare in strade secondarie immerse nella nebbia illuminate dalla gialla luce fioca dei lampioni, penetrante e tagliente come poche. Goodbye Graceland rialza il ritmo, in bilico tra Londra e Memphis, con una inflessione verso i Clash, pezzo da concerto con tanto di clap hands e oh-oh, coinvolgente, fresca ed immediata. Caroline è una delle canzoni che più mi piace, una ballata che lascia con il fiato sospeso che vede come backing vocal la bravissima Giulia Millanta e al violino le meravigliose invenzioni di Fulvio A. T. Renzi, è un rincorrersi di suoni, di note e di voci che mi portano ad emozionarmi e a stupirmi per quante soluzioni, deviazioni ed intrecci riesca a tessere. Dakota Lights & The Man Who Shot John Lennon è una piano ballad lenta e commovente impreziosita dalla presenza vocale di Michael Mc Dermott, una scelta coraggiosa che merita più di un ascolto. There Ain't Nothin' Wrong With Goin' Nowhere ha richiami paisley, ospite è Mike Ballini e la sua chitarra sopraffina, mi riporta alla mente i primi '80 ma comparirà di certo in tante mie playlist da viaggio. Death and Taxes, mi butta addosso il peso di tanti ricordi e tanta nostalgia, una canzone magnetica vicina alla tradizione e alle ballate dei grandi storyteller, canzone sontuosa!!! 32 Springs mi spinge verso atmosfere springsteen oriented, ospite di turno è Riccardo Maffoni, se dovessi scegliere una radio songtra queste 11 tracce, la mia scelta ricadrebbe su questa, grande impatto e grande melodia. Every Rain Comes to Wash It All Clean è la più sporca e ruvida delle canzoni di Here's To The Road, ancora Mike Ballini a giocare con le 6 corde e con le atmosfere blues, bella tesa e con lo spazio per un 'solo' catartico! Chiude il disco Cumberland, cantata insieme a Max Larocca, soffice ballata chitarristica che sembra voler far scorrere i titoli di coda su di una lunga strada diritta che si perde tra gialli campi di grano nel sole di luglio. Cesare Carugi ha portato a convergere dentro questo Here's To The Road tutte le strade percorse in questi anni siano esse quelle che lo hanno portato in giro per il mondo che alla scoperta ed all'ascolto e all'incontro con tanti amici musicisti, ancora una volta mi trovo davanti ad una testimonianza che la musica "americana" vive e pulsa vicino a noi e Cesare e ne è una grande dimostrazione ed un punto di riferimento all'interno di questo panorama musicale, a me molto caro, che sta crescendo e sta portando risultati straordinari.


venerdì 3 febbraio 2012

Miami and the Groovers - Good Things



Ho ri-visto il futuro del rock'n'roll!


Spesso mi capita di pensare che il meglio della  musica, del cinema, dello spettacolo sia lontano da me, dall'Italia, da Rimini e tante volte questo mi porta a negare anche l'evidenza dei fatti! Che i M&TG siano degli amici ha a volte condizionato il mio giudizio sulla loro musica nel bene e nel male. Questa volta ho ascoltato senza pensare chi e da dove... perché tante volte non riesco e vedere il bello e il buono che ho vicino perché troppo impegnato a cercare un ipotetico bello purché abbastanza lontano....mmmhhh... in poche parole... in Italia abbiamo grandi band e bravi rocker diamo loro più spazio, più opportunità e crediamo più in loro perché se lo meritano davvero! Detto questo... ecco ciò che penso di Good Things!!!


Il rock non è morto! Il rock è vivo! Good Things ne è la dimostrazione! Al terzo album, quello della verità, i Miami and the Groovers assestano il loro colpo migliore, la strada che passa tra questi 12 brani è una inarrestabile galoppata attraverso la storia della musica, quella che più ha fatto battere i nostri cuori, le chitarre di Beppe sono delle sferzate incandescenti, il piano e le tastiere di Alessio  illuminano il cammino, la batteria di Marco e il basso di Luca fungono da defibrillatore, poi c'è lui, Lorenzo che ha voluto e cercato tutto questo e noi tutti dobbiamo essergliene riconoscenti perchè qui, vi assicuro, è racchiusa la scintilla preziosa del rock che ha acceso ed illuminato questi fantastici 5 ragazzi, non di Londra, non di Memphis, non di Seattle ...ma di Rimini e lo dico doppiamente con orgoglio! Il disco invoglia ad essere ascoltato "a nastro", tirato dall'inizio alla fine, non molla mai la presa, la tensione è costante la bellezza delle canzoni abbacinante. Cazzo che disco!!!!!!
Tutto ruota in perfetto equilibrio e suona straordinariamente bene e in Walkin' alone mette addirittura i brividi! Ma veniamo ai brani!
Good Things ...è epica!!! chiudo gli occhi e vengo sparato immediatamente a 140 miglia all'ora su di un nastro d'asfalto che mi riempie di nostalgia, euforia e mi mette dentro una gran voglia di gridare a squarciagola con Lorenzo... Good Things!!!  On a night train è il r'n'r!!! quella energia che on the road i M&TG ci hanno sempre trasmesso e che ora, finalmente, sono riusciti a racchiudere in un brano, che è l'essenza della loro (nostra) filosofia di vita!!! Audrey Hepburn's smile, è canzone dal sapore british, un pezzo d'altri tempi, con super  assolo finale...  viene proprio voglia anche a me di perdermi nel suo sorriso e anch'io mi faccio baciare più di una volta da questa song. Sono sempre più immerso nella magia di Good Things ...che viene ora impreziosita dall'atmosfera rarefatta di Cold in my bones... una grande ballata che sembra sospesa nel vuoto fuori dallo spazio e dal tempo...  (Alex Valle al banjio e Antonio Gramentieri alle chitarre) ...sono ancora appeso al suo filo soffice e sottile  quando arriva a scuotermi, improvvisa come un monsone, Burning ground ...che botta!!!! Molto garage!!! Si poga!!! già me la vedo ai concerti... cresce, cresce, cresce ed esplode. Riff di chitarra e un unico pulsare... la vera anima dei M&TG finalmente su CD!!!! Avevo ascoltato 5 pezzi del disco e mi sembravano tutti bellissimi, avevo anche già fatto la mia top five, ma all'aperitivo mancava Walkin' all alone, impossibile rimanerle indifferente, al momento è la mia canzone dell'anno (the perfect song) tutto combacia, tutto è al posto giusto, dal violino di Heather Horton alla voce di Riccardo Maffoni.... meravigliosa, emozionante, trascinante e poi il duetto finale chitarra e violino ... una gioia per il cuore!!! Before your eyes è di quanto più country i M&TG abbiano prodotto fino ad oggi, solare, evocativa e mai scontata e la slide di Alex Valle insieme al piano di Alessio sostiene alla grande tutto il pezzo! Ho finito gli aggettivi per descrivere la bellezza delle canzoni di questo disco e constatarne la sua grande varietà ed ecco giungere il piano che apre Always the same, una incredibile piano ballad chiusa da un sensazionale guitar solo di Beppe, uno di quelli che non vorrei finisse mai! Under control, in bilico tra rock e blues, ha un fascino particolare, tastiere armonica ed un riff di chitarra a sostenerla e soprattutto la voce di Lorenzo "filtrata" regala alla canzone un sound del tutto inedito e accattivante. The last r'n'r band è la classica song old style di M&TG, che nasce come canzone scritta per l' A.C. Rimini, l'unico legame che ho trovato con i precedenti album. Postcards, introdotta da un reading di Israel Nash Gripka, è un'altra grande ballata giocata sui tasti bianchi e neri e sulla languida pedal-steel ancora di Alex Valle.  La chiusura è di quelle che non ti aspetti, We're still alive è irish style (Pogues e Mumford & Son), a dir poco travolgente una degna conclusione di un disco sorprendente!
Cosa dire di più!? I M&TG si sono superati ed hanno dato prova di essere una band solida ben piantata nelle radici del rock, capace di farlo vivere e vibrare grazie alla loro freschezza, spontaneità e passione per la musica. Un disco dalle molteplici facce, riferimenti a Clash, Smiths, Fuzztones, Beatles, Bo Diddley e ancora qualche briciola di Springsteen... un inno al rock, uno di quei dischi che... "in italia se ne sono sentiti pochi!!!" Un grazie di cuore a Lorenzo per le emozioni che ha saputo e voluto regalarci, a tutta la band per aver profuso cuore ed energia e grazie a tutti gli ospiti che con i loro strumenti e le loro voci hanno impreziosito questi 12 brani. I pochi difetti che ho trovato, vengono travolti e nascosti dalla grande musica che sprigiona Good Things. Il disco uscirà l'11 di febbraio. Sono certo che questo Good Things e il tour che ne seguirà, lascerà un segno indelebile in questo 2012 e negli anni a venire!!! Il rock è vivo ed è racchiuso qui!


venerdì 7 ottobre 2011

Musikanto - Sky Of Dresses


Autumn breeze
La chimica che porta ad innamorarsi di un disco credo sia la stessa che porta ad innamorarsi di una donna... certo è che se mi innamorassi di donne con la stessa frequenza con la quale mi innamoro dei dischi mia moglie non ne sarebbe per niente felice, fortunatamente le “cotte” sono solamente musicali ed in questo ultimo periodo ne ho avute veramente tante! L’ultima in ordine cronologico è per Musikanto! mi rendo conto che ultimamente vengo attirato dalle cose semplici, complice forse l'età e l'avvicinarsi dell'autunno... si perché questa musica è di quella che mi suscita voglia di casa, ora che le giornate si accorciano e l'aria diventa umida non trovo niente di più bello che rifugiarmi sul "carpet" avvolto in un morbido pile a riscaldarsi con la musica! Il disco è un contino susseguirsi di sorprese, di aperture e di illuminazioni, mi sento come all'esplorazione di un casale di campagna dove ogni stanza riserva una sorpresa, Blues for Momma è il portico in legno antistante all'ingresso, scricchiolante e con una sedia a dondolo dove cullarsi. Take What You Need è l'ingresso, accogliente con un grande tavolo ed una vetrata che si affaccia sulla vigna sottostante. Every Which Way mi conduce davanti ad una persiana che viene spalancata e richiusa dal vento lasciando intravvedere scorci di una vallata di una bellezza da togliere il respiro che conduce la vista fino al mare. The Ballad of Two Vultures mi porta in una camera dalle pareti colorate di rosa o di arancione a seconda di come vengono sfiorate dalla luce. Awful Mind sono tanti particolari, una mattonella di cotto che si muove, le travi di legno sopra di me e le decine di oggetti e libri dai quali sono circondato in quello che sembra essere un soggiorno fresco e luminoso. La luce fioca di Colors in the Grey crea un particolare gioco di ombre in una delle camere della casa dove mi viene da sdraiarmi sul letto e soffermarmi a fissare il soffitto con la mente completamente sgombra da qualsiasi pensiero. Byzantine è una poltrona di pelle soffice ed avvolgente con un libro aperto appoggiato sopra la seduta, chiudo gli occhi un momento e mi lascio trasportare dalla musica che fluisce calda e copiosa. My Heart Won't Bleed Anymore ha l'odore acre della legna bruciata, sono in una cucina che mi ricorda quella di mia nonna, la stufa economica e la legna accatastata in un angolo. Con Sky of Dresses esco da una porta a vetri che conduce sul retro della casa,  respiro a pieni polmoni l'aria pregna di odore di erba appena tagliata, disorientato ed incapace di capire se si tratta di una sera di primavera o d'autunno. False Wind è polverosa come una soffitta dal tetto basso e spiovente, ricca di ricordi, di cose dimenticate e di altre da buttare anche se non si avrà mai il coraggio di farlo. The Waiting Room mi trova a uscire nuovamente sul portico scricchiolante e mi lascia il tempo per cullarmi sulla sedia a dondolo, i piedi appoggiati alla balaustra e pieno di pace, serenità e riconoscenza per quanta buona musica e buone sensazioni mi abbia offerto questo Sky Of Dresses!

giovedì 6 ottobre 2011

Stay hungry, stay foolish!!


Volevo scrivere qualcosa... ma non ci sono riuscito... perchè il solo guardare il monitor del mio iMac mi ricorda lui, mandare un messaggio dal mio iPhone mi ricorda lui, ascoltare musica dal mio iPod mi ricorda ancora lui e fare la mia trasmissione con il mio MacBook mi ricorda sempre ed ancora lui. Steve Jobs l’ho sempre visto come un fratello più grande che ha saputo dare forma ai miei sogni e ai miei desideri, ora mi mancherà terribilmente, mi sento scemo, ma faccio fatica a smettere di piangere... grazie Steve!

mercoledì 5 ottobre 2011

The Horrible Crows - Elsie


Mea culpa...
Allora... potrei dire "capolavoro", "il nuovo Springsteen è tra noi", unirmi ai cori unanimi che inneggiano questo Elsie ma non ce la faccio proprio così, per la terza volta lo rimetto daccapo... per riascoltarlo, per convincermi che sbaglio. Tutti ne dicono un gran bene... mi ripeto che ci deve essere qualcosa che mi sfugge, qualcosa che non riesco a cogliere, mi resetto e mi predispongo per il quarto ascolto, libero da preconcetti, lasciando che la musica venga a me e mi innondi, senza ostacoli e barriere... salto Last rites e riparto da Sugar. Song ruffiana ma già sentita, la facevano gli U2 neglii anni ’80, suadente ma scontata. La nostalgica Behold The Hurricane rievoca coretti che da qualche anno si odono ai concerti di Springsteen, un richiamo per allodole, riff, bridge e chorus sono quelli scontatamente giusti... Bu-bu-settete o meglio... si potrebbe dire Bob-Bob-Marley!!!  il simil reggae di I Witnessed a Crime è irritante per quanto sia finto!!! Costruzione simile alla precedente (solito bridge, solito schema)! Poi il solito coretto finale alla So lonely di Police!!! Go tell everybody mi è indifferente per costruzione e melodia potrebbe essere una delle centinaia di canzoni degli ultimi 40 anni! Cherry Blossom si trascina lenta, languida e pallosa regalandomi un sussulto ma solo per un inatteso cambio di tono di voce... Ladykiller mi ricorda ancora U2 ma senza pathos, senza un’anima così come Crush che prende la sua ispirazione da tante cose già sentite, anche la voce mi risulta forzatamente roca e i coretti terribilmente commerciali! Mary Ann è l’unica song che mi colpisce, rimane in bilico tra rock e soul e mi lascia buone vibrazioni. L’atmosfera torna a farsi grigia con Black Betty & the Moon che mi riporta alla mente le cose peggiori di Springsteen mentre Blood Loss la dimentico appena il lettore passa alla traccia successiva e nonchè ultima I Believe Jesus Brought Us Together dove torna a far capolino l’ombra di U2 e alla loro ombra la canzone resta... Io ce l’ho messa tutta ma Elsie non mi ha acceso quella scintilla. Non so che dire, non riesco a vedere in questo disco la magia decantata da tanti sulla carta e sulla rete, quello che mi viene da pensare è che sia sbagliato io!!! Il disco è ben fatto, la confezione perfetta, i suoni sono quelli giusti, anche la voce, i cori... eppure mi lascia un senso di vuoto, di sintetico, di falso, un disco senza un’anima, senza un’impronta... una menzione particolare invece per i testi: Brian Fallon mi ha fatto entrare nella sua vita, con le sue storie tormentate e credo e spero, maledettamente vere. Una grande penna, questo glielo devo riconoscere, non gli affibbio pesanti eredità (tutti cercano il nuovo Springsteen e vedono in lui uno dei candidati) aspetto e spero che il talento espresso per la scrittura riesca a fargli trovare idee fresche e personali anche dal punto di vista musicale.
Del resto dopo la primavera (Springsteen), passata l'estate, arriva l'autunno (Fallon)!!! (ops!)

sabato 24 settembre 2011

Wilco - Whole love



Surprise, surprise!!!
Gli Uncle Tupelo mi hanno cambiato la vita! Nel senso che hanno saputo inventare una miscela di suoni incredibile. Dal momento loro scioglimento in poi, ho seguito con la stessa dedizione le carriere separate di Jeff Tweedy e Jay farrar rimanendo però più legato al suono di quest’ultimo e se dovessi scegliere tra un concerto in contemporanea di Wilco e Son Volt, sceglierei Son Volt tutta la vita... Sono un conservatore? non saprei, forse si... ma ad ogni uscita discografica dell’uno e dell’altro mi domando come sarebbe intrigante se le loro sensibilità musicali potessero ancora una volta fondersi per ricreare quel sound unico ed irripetibile targato Uncle Tupelo che vanta il record di tentativi di imitazione!!! Se un fiume ad un certo punto venisse separato in due torrenti, perderebbe forza, impetuosità e vigore e anche se troverebbe una strada nuova per arrivare al mare non sarebbe più lo stesso. Il fiume Jeff Tweddy si è dato molto da fare, ha scavato sotto terra, ha deviato percorso più volte, ha saltato crepacci mostrando ogni volta lati diversi del suo genio compositivo, stravolgendo la line-up iniziale della band; Jay Farrar è rimasto a scorrere in pianura in un letto tranquillo ma in acque costantemente limacciose! Mi intriga l’introspezione di Farrar quanto i mutamenti umorali e compositivi di Tweedy che con Wilco ha dato sfogo alla sua infinita creatività! Detto ciò? Dopo 215 parole affermo con convinzione che questo è il più bel disco di Wilco! Whole Love  è la loro quintessenza, il pop immediato di Wilco (The Album) affiora marginalmente così come le sperimentazioni di Yankee hotel foxtrot e album attigui, la confusione sonora è solo apparente perchè in queste 12 canzoni sono riusciti finalmente a comprimere quello che sono... tendenzialmente una rock band legata alle più nobili radici americane con l’ossessione di sentirsi una band pop. Sono sopiti i personalismi, scomparsi gli eccessi, hanno badato al sodo, alla musica e di questa ne troviamo a secchiate! C’è ancora tanto pop in Whole Love ma è tratteggiato, negli spazi bianchi c’è spazio per tanto rock, jazz e divertenti giochi sonori, ecco allora che la noia che era solita assalirmi circa a metà dei dischi di Wilco qui non c’è, potrei ascoltarlo per ore senza annoiarmi perchè c’è sempre qualcosa da scoprire, una sfumatura da cogliere, una citazione da interpretare ci sono matrici pop, country, folk, rock, jazz, ci sono i Beatles (Sunloathe sembra uscita da Abbey Road), le armonie dei Beach Boys, la giocosità di Elvis Costello, le atmosfere di Neil Young,  le costruzioni di Randy Newman e l’ombra di Bob Dylan! Insomma Whole Love sembra un disco degli anni ’60... l’ho detto!!! La dimensione di Wilco mi piace, mi completa, mi fa sentire a mio agio continuo a preferire Son Volt ma a questo Whole Love, in questo momento, faccio fatica a rinunciare!

Tom Russell - Mesabi



Impressioni di Settembre
Tom Russell ha 58 anni ma canta come uno di 28... che invidia! Tom Russell ama la musica, questo anch’io, la differenza è che io ne parlo e la passo in radio con passione, lui quella passione riesce a trasmetterla attraverso le sue canzoni. Tom Russel per me è come uno zio d’america, ci sono affezionato anche se a malapena lo conosco avendolo visto quando ero piccolo e me lo ricordo solo attraverso le foto o dagli auguri che manda puntualmente ogni natale. Quando esce un disco di Tom Russell mi sento in obbligo di comprarlo, per rispetto, perchè so che non mi deluderà, perchè so che glielo devo... ho compact-cassette, vinili, cd, MP3, AAC... ma non chiedetemi di ricordare una canzone... di  questo Masabi però, dopo il primo ascolto, conosco ogni nota, ogni parola, ogni respiro, ogni passaggio, ogni strumento... quanti dischi ha fatto Tom Russell? Non lo so! Non mi importa, ne ha fatto uno straordinario, quello che ho inserito nel lettore dell’auto alle 12.30 di oggi e ha continuato a suonare ininterrotto per ore ed ore dalla A14 a casa poi sull’iMac ed ora sull’iPhone (la Apple mi deve riconoscenza!!!) e che continerà a suonare fin quando gli occhi non mi si chiuderanno, e spero decidano di farlo su Love Abdides! Ho la sabbia su tutto il corpo, il sole mi ha bruciato gli occhi e la sete mi ha seccato la bocca, sono arso dal suono di Mesabi e A Hard Rain's A-Gonna Fall di Dylan con Lucinda Williams e Calexico è un miraggio che arriva dopo la fine del disco e non vale da sola il prezzo (come purtroppo ha detto qualcuno), Tom Russell ha reso solo incredibile una bella canzone ma è il resto del disco che mi lascia sbalordito! Mesabi è una cavalcata straordinaria, Farewell Never Never Land  sembra uscita da un musical su Peter Pan, Sterling Hayden ha una parte di recitato e una di cantato e poi ci sono le trombe, il pump organ di A land called “way out there” non sfigurerebbe anche cantata da Tom Waits! Ancora trombe (che belle le trombe usate così) Telemann sarebbe orgoglioso di sentire tante trombe a segnare il cammino attraverso questo sentiero di sabbia ardente, in un batter d’occhio sono arrivato a metà disco che rilascia grandi ballate come fossero caramelle, è un disco talmente intenso che non ho tempo di metabolizzare una canzone che già sono rapito dalla seguente, senza sosta, senza respiro, giù, una ballata dietro l’altra come fossero tanti bicchieri di whiskies bevuti al saloon. Goodnight, Juarez trova l’accordion di Joel Guzman insieme a Burns e Convertino e ancora la tromba di Valenzuela.... è meravigliosa. In Jai Alai sembra entrare anche Howe Gelb con i suoi Band og Gypsies. Love abdie conclude come meglio non si potrebbe il disco, a seguire la rilettura di Hard rain... e The Road To Nowhere, pezzo usato per il film omonimo presentato al festival di Cannes nel 2010!

Disco incredibile, imperdibile, intenso e poi non trovo più altri aggettivi consoni che inizino con la “i” altrimenti proseguirei... Mesabi è tra i più bei dischi dell’anno ed anche tra i più bei dischi di Tom Russell, al momento è la mia colonna sonora per l’ingresso trionfale nell’autunno!!!

venerdì 23 settembre 2011

Donald & Jen MacNeill with LOWLANDS - Fathers & Sons


12 colpi diretti al cuore...
Colonsay è un’isola scozzese con una popolazione di 78 abitanti. Ed Abbiati, nei primi anni 90, vi conobbe un pastore di nome Donald “Pedie” MacNeill per il quale ha lavorato durante il periodo della tosatura delle pecore, ma Pedie non era solo un insegnante o un contadino o un pastore, ma uno che alle orecchie di Ed apparì come un eccezionale cantastorie che nel tempo libero scriveva canzoni e teneva concerti per i restanti 77 abitanti dell’isola. A 20 anni di distanza Ed chiede a Pedie di mettere su disco le sue storie e insieme a Roberto Diana produce questa straordinaria testimonianza musicale, supportato egregiamente dai LOWLANDS. Pedie arriva in Italia insieme a sua figlia Jen MacNeill e in una settimana registrano il disco in una piccola casa rosa vicino a Pavia!
Questa è in breve la storia, il risultato ottenuto è incredibile per quanto il disco sia denso di poesia, emozioni, storie di vita che Pedie ha conservato per pochi intimi nel corso di tutti questi anni ed ora è riuscito a rendere immortali.
Il titolo è significativo: Fathers & sons perchè racchiude il legame tra Ed e LOWLANDS a Pedie, proprio come quello tra un padre e i suoi figli musicali.
Il disco brilla di luce propria, racconta storie di vita quotidiana, sprigiona odore di terra umida e di mare,  è come una tela bianca dove ogni accordo, ogni nota, ogni parola aggiunge una pennellata di colore raccontando storie semplici, reali, toccanti. Un disco che, canzone dopo canzone, completa quella tela, alcuni tratti sono più vecchi di altri e allora vedo il verde fondersi col grigio, il blu assumere tutte le sfumature del mare e del cielo e percepisco il silenzio assordante di alcune giornate e il rumore soffuso della natura che è viva; e così che ogni pezzo mi fa immaginare affreschi, foto, paesaggi e storie di quella terra che non ho mai visitato, ma che ora sento mia, che vedo passarmi davanti con i suoi campi, le sue coste, le sue case, la sua gente i suoi odori e colori. Il disco pulsa, è vivo e mi coinvolge totalmente e ad esso, come spesso mi capita di fare, mi abbandono totalmente.
Il lavoro svolto da Ed, Roberto (come produttori) e il resto della band, è meraviglioso. L'immagine che mi viene in mente per descriverlo è quella del vento che sostiene il volo di un aquilone dove Pedie è l'aquilone, libero di alzarsi in volo spargendo poesia eleganza e bellezza su chi lo guarda danzare nell'aria e la band è il vento senza il quale l’aquilone non potrebbe volare così in alto, nello stesso tempo però è forte, sapiente e discreto e riesce a rendere quel volo maestoso. A reggere la matassa infine sono Ed e Roberto che guidano come esperti aquilonisti la vela a compiere straordinarie acrobazie.
Alla fine sono commosso dalle storie di Pedie, dalla sua di storia, dall’atmosfera incontaminata ed inebriante che le sue canzoni sanno emanare, sono commosso dalla grande sensibilità profusa da tutti quelli che hanno partecipato alla realizzazione di questo disco perchè lo hanno reso vivo ed emozionante, vivendolo in prima persona, cogliendo la grande umanità di Donald “Pedie” MacNeille e lasciandoci così un incancellabile segno del suo grande talento.

P.S. grazie a Ed per aver condiviso con me tutto questo!




http://www.lowlandsband.com/?page_id=12

giovedì 15 settembre 2011

Blitzen Trapper: American Goldwing (Full Album)



Blind Pilot: We are the tide



L'odore del pane
I Blind Pilot hanno l’odore del pane appena sfornato quell’odore acre che mi pizzica la gola, che si spande nell’aria la mattina presto quando il cielo viene rischiarato dai primi raggi del sole che sta per nascere, quando le strade sono semi-deserte, quando penso di avere tutta una giornata davanti, da scoprire, da assaporare, da vivere. I Blind Pilot sono buoni, soffici, fragranti e freschi, rilasciano spontaneità e semplicità che mi regala serenità e voglia di fare le cose. Aspettavo la loro uscita da tempo perché ero rimasto folgorato dal primo disco, in We are the tide trovo una lieve conversione dalle atmosfere acustiche a quelle più pop, non ho trovato canzoni che mi abbiano colpito più di altre, complessivamente però il disco mi ha lasciato un buon sapore perché i Blind Pilot non hanno perso la voglia di fare musica girando per gli States in bicicletta e questo si respira a pieni polmoni tra le 10 tracce del disco che soffia su di me le sue melodie morbide e leggere. Così è facile per me perdermi nel lato nascosto della luna grazie ad Half moon galleggiando in assenza di gravità sulle note di Always nascondermi tra le dune del Mare della tranquillità e giocare a nascondino con Keep you right saltellando allegramente sull’andamento di We are the tide e a lunghi balzi imbattermi all'improvviso nella sublime visione della terra attraverso i riflessi di The colored night per poi surfare nello spazio sostenuto da I know fino ad approdare su una sabbiosa spiaggia di una sperduta isola dell’Atlantico con White apple ad ammirare le stelle e rimanere li con Just wine a farmi accarezzare dalle onde e dal vento caldo prima di riprendere il viaggio su di una barca dalla vela bianca trasportata dal delicato soffio di Get it out fino ad arrivare ad ammirare la skyline illuminata di New York da Ellis Island con gli occhi dei primi europei arrivati nella terra delle opportunità e sentirmi straniero, in una terra straniera colmo di gioia, di paura e di speranza.

giovedì 8 settembre 2011

Jim Ward: Quiet In The Valley, On The Shores The End Begins


Il mondo di Jim
Penso che le tendenze musicali di ciascuno siano scritte nel codice genetico, le mie sono scolpite! Nick Drake, John Grant, Josh Garrels, Damien Rice, Beirut, Decemberists, Counting Crows, Band of Heathens... provocano le medesime reazioni chimiche all’interno del mio organismo, mi fanno stare bene! Sarà la seratonina o un certo numero di sinapsi che si attivano!!... non saprei... fatto sta che Jim Ward (malgrado la cover) mi regala momenti di assoluto oblio, di torpore diffuso e di prolasso lobo-temporale. Sono sempre stato così come raccontano queste canzoni, sono musicalmente così, mi esalta più Waves in Spanish di Jump dei Van Halen perchè c’è quel sottile velo romantico del mal de vivre che mi ha sempre accompagnato nella mia permanenza terrena. L’incedere di queste canzoni quindi è come lo specchio della mia vita che si esalta con My town e trova rifugio in Decades, non un malessere ma piuttosto un modo d’essere che trova forza dove forza non c’è e il nutrimento necessario attraverso ballate o melodie che si crogiolano, si arrovellano si piegano su se stesse fino a che non intravvedono una piccola lama di luce che esce da un pertugio e che incominciano a seguire fino a che diventa sempre più grande e le conduce a sbucare fuori dalla loro tana e a quel punto o escono e ne rimangono  abbagliate oppure non trovano la spinta necessaria per oltrepassare l’uscita, sostanzialmente perchè non lo vogliono, perchè stanno bene così nel loro non-arrivo.... come All that we lost che sembra voler fuggire ma quando è il momento di uscire, si ferma, pensa, ed alla fine torna sui suoi passi. Mystery talks riesce ad uscire ma rimane immobile a guardare e ad imprecare, Broken songs invece fugge, corre ma è preoccupata perchè pensa al ritorno mentre Take it back è irrazionale e riesce ad abbandonarsi alla luce ma non totalmente, sempre con riserva.... É così che la musica risponde alle mie domande esistenziali, mi risponde a suon di sensazioni a quello che altrimenti farei fatica a contestualizzare con le parole.  Ci sono tanti modi per approcciarsi alla musica, il mio è sostanzialmente introspettivo, cerco nelle canzoni quello che sono, quello che mi rispecchia e quello che vivo quotidianamente, un disagio esistenziale che credo sia proprio di chiunque si guardi dentro almeno una volta al giorno. L'inquietudine che mi trasmette Jim Ward è come il riflesso della mia anima che si trova a confrontarsi a combattere a porsi molte domande, forse financo troppe, alla ricerca di un comune stato d'essere dove trovare sostegno e risposte e sta di fatto che dentro il mondo di Jim mi ci trovo proprio bene.

mercoledì 7 settembre 2011

Beirut: The Rip Tide



Rapimento e riscatto!
Non riesco ad esprimere quello che mi provoca l’ascolto di Beirut, è un misto di euforia, malinconia, colori seppiati, tinte impressioniste ma anche odore di foglie secche e di primavera che esplode... è come se mi svuotasse e mi riempisse in un misto di emozioni contrastanti, devastanti, inconsce che tolgono il fiato. Beirut è un’attesa di qualcosa che non trova fine, di qualcuno che non arriva, è una speranza, una negazione è un annegare per poi ritornare in superficie per respirare, e poi ancora giù! A candle’s fire con la fisa e le trombe mi fa strippare la luppo 4 volte prima di passare a Santa fe che ascolto come se avessi un groppo in gola, lo stomaco contratto e denti serrati, The Rip Tide è un disco fisico che mi coinvolge interamente, mamma mia, non riesco a tirare il fiato.... East Harlem aumenta la stretta e la tensione non si allenta e mi lascia a navigare nel limbo delle emozioni sospeso nel vuoto, è solo con Goshen che la mia inquietudine trova riparo, è un piumone che ti copre mollemente nelle fredde notti d’inverno ma è anche il vento di marzo che porta il suo odore di primavera e mi mette addosso una gran voglia di correre verso l’orizzonte. Che belli i violini e l’accordion di Payne’s bay, sa proprio di mare la sera, con l’aria umida pregna d’acqua e di spruzzi salati che colpiscono il volto mentre The rip tide è il massimo da spararmi in cuffia quando giro in centro, è la soundtrack perfetta per la vita urbana che mi circonda e per la sua varia umanità, e sono io, solo, a navigare sorridente sul mare composto dai san pietrini con il vento a contrapporsi all’avanzata, Vagabond mi fa stare bene, odora un po’ di appena piovuto, con questa nelle orecchie potrebbe accadermi di tutto e non me ne accorgerei anche perchè, con questa, non potrebbe accadermi nulla di male. La sacralità di The Peackock è ssuggellata dall’organone che ne ricama le melodie, questi 4 accordi suddivisi equamente tra maggiori e minori, non mi lasciano scampo e mi ci abbandono totalmente ed incondizionatamente. L’ukulele di Port of call regala un sapore del tutto particolare, la sensazione è quella di quando si lasciano gli amici alla fine delle vacanze, nostalgia, ricordi, voglia di restare con la consapevolezza che quella magia non si ripeterà mai più ma con la certezza di volerci comunque riprovare ed è quello che rifarò ricominciando l’ascolto di questi 33 minuti assolutamente incredibili. The rip tide di Beirut mi ha stregato, rapito il corpo e l'anima!!!